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ROMA – Si è svolto questa mattina nella sala Conferenze internazionali del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale un evento dedicato ai borsisti italiani e americani del programma Fulbright, iniziativa di scambio accademico statunitense tra le più note e prestigiose, attivo dal 1946 e operante in 160 nazioni nel mondo.

Presenti i borsisti americani che stanno concludendo il loro periodo di formazione in Italia (anno accademico 2015-2016), grazie ai progetti promossi dal programma, e gli italiani che si apprestano invece a partire per gli Stati Uniti per intraprendere i percorsi Fulbright (anno 2016-2017), dedicati a studenti, ricercatori e docenti dell’università italiana.

Ad introdurre l’evento Gianni Riotta, giornalista e scrittore, anch’egli in passato vincitore di borsa Fulbright, che ha evidenziato come tale esperienza abbia cambiato la sua vita, prospettando un analogo percorso ai partecipanti. “Questa esperienza cambierà anche l’idea che avete dell’Italia, dell’Europa e degli Stati Uniti, sostituendo preconcetti e pregiudizi con la realtà della cose, più o meno bella, ma la cui visione è di certo migliore che vivere in un mondo di fantasia – sottolinea Riotta, che ricorda anche il contributo del programma ai rapporti di amicizia tra Italia e Stati Uniti. Se, guardando al passato – il programma celebra quest’anno i 70 anni dalla sua creazione, – è possibile affermare come esso fu “congegnato dalla radice più nobile degli Stati Uniti”, non sfugge oggi la sua importanza anche rispetto al presente e al futuro, in un mondo globalizzato e sempre più complesso.

Di percorso personale “decisivo” parla anche il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola, che saluta i presenti anche a nome del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni e segnala come il programma sia “una delle più grandi esperienze di successo nelle relazioni di amicizia, politiche, culturali e accademiche tra i due Paesi”, ragione per cui la Farnesina ospita oggi, “per la prima volta”, questo incontro di orientamento. Per il sottosegretario è inoltre “evidente come il peso storico della missione Fulbright sia ancora davanti a noi, perchè ci confrontiamo con nuove e grandi sfide”, la cui possibile risposta può essere tracciata solo grazie alla linfa data “dall’amicizia e dalla base culturale derivante dalla connessione tra i nostri Paesi”. Amendola segnala inoltre come tale amicizia storica, “legata ai successi e al superamento di tante tragedie del secolo scorso”, sia fondata sulla cultura e come “la vostra esperienza culturale sarà fondamento anche di quelle che sono le relazioni che matureranno tra noi attraverso una nuova generazione”, maturazione cui contribuirà anche “una rinnovata lettura delle cose del mondo” che il programma alimenta.

Ricorda poi come la “promozione culturale oggi sia innanzitutto interconnessione, connessione di esperienze e di vite, elaborazione di stimoli e nuovi linguaggi che rendono le nostre democrazie più unite e più forti rispetto ai rischi derivanti da ideologie di chiusura totalitaria o della paura”. “Alle sfide – conclude il sottosegretario – si risponde con la forza delle alleanze e con l’intelligenza data da una nuova e rinnovata lettura dei fenomeni del presente. A voi l’augurio di lavorare nell’interesse dei nostri Paesi amici, ma anche in nome di quei valori che dobbiamo saper rinnovare in un mondo sempre più complesso”.

A ripercorrere la storia del programma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, John Phillips, che ha rimarcato in particolare il contesto che ne determinò l’avvio, al termine della Seconda guerra mondiale. L’obiettivo era dunque – e tale resta ancora oggi – l’accrescimento della comprensione reciproca fra popoli e culture differenti, il rafforzamento del progresso accademico e scientifico dei Paesi coinvolti nel programma. Nei sui 70 anni di vita, oltre 300 mila sono stati i borsisti Fulbright, di cui 10 mila tra italiani e americani, 8 di essi premi Nobel, come Carlo Rubbia, Franco Modigliani o Peter A. Diamond. Tra gli ex-borsisti di spicco anche Umberto Eco, Giuliano Amato, Lamberto Dini, Salvatore Settis, Simonetta Agnello-Hornby. L’ambasciatore ha inoltre segnalato la competitività del programma, la sua reputazione e le opportunità che esso offre, testimoniate dal successo dei tanti partecipanti.

Il direttore generale per la Promozione del sistema Paese del Maeci, Vincenzo De Luca, ha rimarcato come l’iniziativa offra un esempio di “circolazione delle eccellenze tra i Paesi”, fenomeno che si vuole contrapporre alla lettura oggi mediaticamente più in voga della “fuga dei cervelli”, e come essa promuova l’internazionalizzazione del sistema universitario italiano, obiettivo del Governo italiano e costitutivo del nostro Paese se – aggiunge – si guarda allo spirito imprenditoriale e alla vocazione del nostro patrimonio artistico. Tra i progetti avviati per accrescere l’internazionalizzazione De Luca cita anche “Invest your talent in Italy”, rivolto in particolare ai giovani dei Paesi extra-europei, attraverso cui sono già state erogate 50 borse di studio per frequentare le università italiane, con un numero di domande che ha raggiunto le 600 unità. Tra le iniziative da potenziare anche quelle che legano il mondo dell’accademia con quello imprenditoriale e con l’innovazione tecnologica, mente si auspica l’articolazione di una rete permanente tra i borsisti, che non si esaurisca nel periodo di formazione e specializzazione realizzato.

Della collaborazione tra il programma Fulbright e il Centro di assistenza per bambini sordi e sordociechi onlus parla il direttore del Centro, Roberto Wirth – l’iniziativa è una delle più durature realizzate in Italia con un partner privato e consente ai partecipanti di frequentare un’università interamente bilingue inglese/lingua dei segni, – mentre il direttore esecutivo della Commissione Fulbright, Paola Sartorio, illustra l’articolazione del programma, segnala come l’evento sia stato pensato proprio con l’intento di promuovere una rete tra i borsisti e si sofferma sulla caratteristica di eccellenza mantenuta dallo scambio, che oggi, con il progredire della conoscenza reciproca tra i Paesi, consente percorsi di ricerca e altamente professionalizzanti. Oltre agli scambi rivolti agli studenti, che svolgono attività di assistentato per l’insegnamento dell’italiano negli Stati Uniti o dell’inglese in Italia, la borse coprono anche – ricorda il direttore esecutivo – il completamento di master e dottorati di ricerca, lo svolgimento di ricerche o attività post-dottorato per coloro che hanno avviato una carriera accademica e periodi di insegnamento per docenti universitari. Arricchiscono tale offerta, borse attivate in collaborazione con partner pubblici o privati, come la Fondazione con il Sud, la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, il Miur o la National Italian American Association (Niaf), etc.

Ad aprire la seconda sessione dei lavori Massimo Riccardo, vice direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci e presidente della Commissione Fulbright, che ha segnalato come il programma si inserisca anche nella strategia di promozione della nostra lingua e cultura all’estero, obiettivo che ha importati ricadute economiche e su cui proseguirà la riflessione anche con la seconda edizione degli Stati generali organizzata dal Maeci nel prossimo mese di ottobre a Firenze. Oltre che ai suggerimenti per l’orientamento dei borsisti italiani e alla differenza tra i due sistemi accademici, una tavola rotonda di questa seconda sessione è stata dedicata proprio al tema della promozione di lingua e cultura italiana negli Stati Uniti. Sono intervenuti in proposito i due borsisti italiani Martina Fontanarosa ed Emanuele Benetti che hanno segnalato la fascinazione esercitata dall’italiano in Usa, alimentata dal nostro patrimonio storico e culturale ma anche dagli stereotipi, che vengono comunque riconosciuti quale movente per avvicinarsi talvolta allo studio della lingua. Entrambi si dicono consapevoli della necessità di restituire un’immagine dell’Italia all’altezza delle aspettative nutrite ma anche più vicina alla quotidianità e all’attualità del nostro Paese, un compito che può apparire non facile specie in luoghi in cui la collettività di origine italiana è numericamente limitata. Luca Politi, borsista Fulbright americano, di origine italiana, si sofferma su quanto tale origine abbia condizionato il suo interesse per la nostra lingua e cultura, tanto da aver scelto un percorso universitario in italianistica cui ora assocerà un dottorato in lingua e cultura italiana ad Harvard. Allo stesso modo, altri partecipanti richiamano la complessità della nostra cultura e la massiccia presenza di italo-americani negli Stati Uniti, molto orgogliosi delle proprie origini anche se spesso all’oscuro della lingua, di cui magari conservano solo ricordi di termini dialettali appresi in famiglia. E proprio sulla ricchezza del patrimonio regionale e sull’origine talvolta dialettale delle parole si suggerisce di far leva per rendere lo studio della nostra lingua un’esperienza ancora più emozionale e autentica. (Viviana Pansa – Inform)

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