IL MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO/ LA CONQUISTA DELLA LUNA – DI GENEROSO D’AGNESE
PADOVA\ aise\ – “Ore 4 e 56 del 21 luglio 1969. La navicella Apollo 11 tocca la superficie della Luna. Il luogo scelto è il “Mare della tranquillità” e dal modulo lunare scende l’astronauta Neil Armstrong. Il mondo intero è incollato ai televisori. Le immagini sono sgranate (per gli italiani sono ancora in bianco e nero) e l’audio è pessimo. Ma tutti possono vedere il primo uomo mentre mette il piede sul satellite della Terra. Per il mondo intero termina un’attesa spasmodica e orgogliosa. Forse saranno le uniche ore in cui l’intera popolazione terrestre si sentirà sinceramente orgogliosa di appartenere al genere umano. Dagli schermi della televisione arriva la cronaca del giornalista Ruggero Orlando, che dagli Stati Uniti commenta tutte le fasi finali dell’allunaggio lasciando però a Tito Stagno l’onore di gridare in italiano la conquista della Luna: “Ha toccato!”. Un urlo che sottolinea l’apice di una telecronaca che è un susseguirsi di emozioni. Una notte rimasta indelebile nella memoria di tutti, ma soprattutto di coloro che, all’epoca, erano ragazzi. Sarà proprio quell’evento a far fiorire numerose vocazioni all’astronautica. E centinaia di quei ragazzi sognanti diverranno ingegneri. Quegli stessi che oggi stanno osando la conquista di Marte e di altri pianeti del nostro universo”. A ricordare quegli incredibili primi passi nello spazio è Generoso D’Agnese che in questo articolo pubblicato nell’ultimo numero de “Il Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero” sottolinea in particolare l’apporto decisivo dato alla missione dall’italo-americano Rocco Petrone.
“Sono minuti convulsi quelli che scorrono sui televisori dell’intero mondo. L’allunaggio di Neil Armstrong, capitano della missione, e di Edwin “Buzz” Aldrin è previsto dieci ore dopo l’ancoraggio del modulo Eagle. Ma i due astronauti non ce la fanno ad attendere. Tra loro e la Luna ci sono solo nove gradini e la voglia di entrare nella Storia è troppo forte. A osservarli a distanza c’è anche lo “sfortunato” Michael Collins, destinato a tenere in orbita il modulo di comando Columbia. I loro passi incerti sulla scaletta, il loro impaccio negli scafandri pressurizzati catturano la meraviglia dei telespettatori. E quando, quattro minuti prima delle 5 italiane, il piede sinistro di Armstrong tocca il suolo lunare, tutti capiscono di essere testimoni di un evento storico. “È un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità” dice l’astronauta dall’interno della sua tuta spaziale.
Una frase che resterà impressa nella memoria del mondo, regalando a tutti un emozionante orgoglio. Anche ai rivali russi, usciti perdenti dalla corsa alla Luna, che sottoscriveranno la frase, a firma di Richard Nixon, che verrà incisa sulla targa deposta nel luogo dell’allunaggio: “Qui uomini del pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta. Siamo venuti in pace e a nome di tutta l’umanità”.
L’avventura dell’Apollo 11 era iniziata in realtà cinque giorni prima, il 16 luglio, con il lancio dalla rampa 39/A della base texana di Cape Canaveral, vicino Houston. A dare il Go!, al termine di uno storico countdown era stato il direttore delle operazioni di lancio, l’italo-americano Rocco Petrone. La fiammata del missile Saturno 5, il vettore progettato anche con l’aiuto del famigerato scienziato ex nazista Wernher Von Braun, trascinava con sé i moduli che ospitavano Armstrong, Aldrin e Collins. A 200 chilometri dalla Terra i tre astronauti parcheggiarono temporaneamente il loro mezzo, prima di intraprendere, a bordo del Columbia, un cammino di 388 mila chilometri verso la meta. Un viaggio che sarebbe durato 76 ore, fino all’allunaggio operato con le goffe zampe metalliche del modulo Eagle, il primo veicolo realizzato dall’uomo a toccare un corpo celeste diverso dalla Terra.
Era giunta così a compimento una corsa tra russi e americani che aveva preso avvio il 4 ottobre 1957, quando l’Unione Sovietica aveva messo in orbita il primo satellite artificiale. Grande poco più di un pallone da calcio, si chiamava Sputnik, in russo “compagno di viaggio”. Poco dopo, Sputnik II avrebbe portato nello spazio la cagnetta Laika e il 12 aprile 1961 l’Urss avrebbe sbalordito il mondo, mandando in orbita il primo uomo, Yuri Gagarin. Ma non è tutto. Il 16 giugno 1963, infatti, sarebbe toccato alla prima donna, Valentina Tereshkova, mentre nel 1965 Aleksei Leonov avrebbe effettuato la prima passeggiata spaziale, rischiando peraltro di fallire il ritorno nella capsula. La reazione degli Stati Uniti iniziò proprio in questi anni. Nel 1962 John Glenn fu il primo americano a orbitare con successo attorno alla Terra. Ma fu nel dicembre del 1968 che il presidente John Kennedy presentò al mondo la sfida americana alla Luna. La via per la vittoria era ormai tracciata. Il fallimento delle prime missioni Sojuz fece perdere all’Unione Sovietica il vantaggio iniziale. Alla fine, a rappresentare il pianeta Terra nella sfida all’universo, sarà la bandiera a stelle e strisce.
Rocco Petrone, un po’ di Lucania nello spazio
Se n’è andato poco meno di tre anni fa Rocco Petrone. Se n’è andato in silenzio e senza clamore, lasciandosi alle spalle un mondo che lo ha pianto per mesi e che ora lo rimpiange. Perché Rocco è stato la vera anima, il cuore del progetto Apollo. Lo scheletro portante della sfida spaziale voluta da Kennedy e portata a termine in dieci anni di grandissimo lavoro tecnologico.
Quarant’anni fa furono pochi a far caso a quel nome così tipicamente italiano e così caratteristicamente lucano. Rocco Petrone, nel nome e nel cognome, sembrava incarnare al cento per cento le radici storiche di una terra capace di custodire la sospensione della memoria. Nato ad Amsterdam, vicino New York, da genitori originari di Sasso di Gastalda, in Basilicata, Petrone esibiva la fedeltà alle proprie origini contadine, attraverso il viso dai tratti duri. E, forse per questo, risultava poco fotogenico per le telecamere a caccia di storie mondane da raccontare.
L’ingegnere italo-americano della Nasa non entrò mai nel cono di luce delle televisioni internazionali. Armstrong, Aldrin e Collins (quest’ultimo nato a Roma, dove il padre lavorava presso l’ambasciata statunitense) fagocitarono gli applausi e l’ammirazione del mondo intero. Il presidente Richard Nixon gustò il suo momento di gloria, prima di cadere sotto la mannaia del Vietnam e dello scandalo Watergate. Persino l’ingegnere ex nazista Wernher Von Braun entrò a far parte dell’epopea spaziale, che aveva avuto nella cagnetta Laika e in Valentina Tereshkova le prime icone mediatiche.
Eppure, era stato il “nostro” Petrone il vero fulcro dell’intero progetto, che dai vettori Gemini passò agli Apollo, per approdare, infine, al primo Shuttle. Una vita spesa al servizio della ricerca aerospaziale. Vinto il concorso all’Accademia militare di West Point, Petrone si era, quindi, iscritto al Massachussetts Institute of Tecnology di Boston, dove era rimasto affascinato dalle tecnologie aeree e dai missili. In due anni aveva conseguito la laurea in Ingegneria meccanica, per poter far parte del progetto Redstone e della squadra di Von Braun e Debus, scienziati del terzo Reich, riconvertiti alle scienze aerospaziali americane.
Divenuto maggiore, Petrone era stato assegnato allo Stato maggiore a Washington, ma fu il presidente John Kennedy in persona a volerlo alla guida del progetto Apollo. Nominato direttore delle operazioni di lancio, per i tecnici della Nasa sarebbe rimasto “the tiger”, la tigre di Cape Canaveral. Per lui non era ammessa alcuna distrazione, pena il tragico fallimento dell’intera missione. Come rischiò di avvenire qualche anno dopo, con la navicella Apollo 13, riportata miracolosamente a casa proprio grazie alla sua regia.
In quella notte del 1969, invece, Petrone e i suoi 150 uomini non fallirono, consegnando alla Storia l’emozione dello sbarco sulla Luna”. (aise)


