GENTE D’ITALIA (AMERICHE)/ DOV’È FERDINANDO PECORA? – DI ENNIO CARETTO
WASHINGTON\ aise\ - “Nell’ottantesimo anniversario del crollo di Wall street che innescò la Grande depressione vorremmo ricordare al mondo che a riformare la finanza americana nel dopo 1929 fu un italiano d’America, un astuto siciliano per la precisione, emigrato bambino a Brooklyn alla fine dello Ottocento al seguito dei genitori. La leader della Camera Nancy Pelosi continua a invocarne il nome perché, protesta, a 13 mesi del secondo “crack” della finanza americana in meno di un secolo manca la nuova promessa regolamentazione dei mercati. “Dove è il nostro Ferdinando Pecora? ” grida Nancy. “Le sue riforme ressero per 60 anni!”. Un grido di dolore che si leva anche dal Ministero del tesoro, dalla Riserva federale, dagli storici ecc.”. Inizia così l’articolo pubblicato su Gente d’Italia, quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia, in cui l’editorialista Ennio Caretto racconta la vita e le imprese di questo emigrato italiano a New York, Fernando Pecora, che “costrinse l’America a cambiare idea sugli italiani”.
“Ma chi era esattamente Ferdinando Pecora? Un avvocato in doppiopetto, col sigaro in bocca e il Borsalino in testa, il legale della Commissione bancaria del Senato, il bracco della legge che demolì i “banksters”, i banchieri gangster come vennero chiamati, i colpevoli della Grande depressione. Nel ’33 – ’34 Pecora, un ex sostituto procuratore di New York, più tardi giudice della Corte suprema dello stato, fece varare leggi drastiche, e fece nascere la SEC, la Commissione di controllo della borsa, e la FDIC, la Federal deposit insurance corp. Senza Pecora, disse il presidente Franklin Roosevelt, l’America non sarebbe mai riuscita a risanare la finanza e rilanciare l’economia.
A Ferdinando Pecora, la rivista Time dedicò la copertina la settimana del 12 giugno del ’33. A New York, Pecora era già conosciuto. Era nato nel 1882 in Sicilia, a Nicosia, da Luigi, un ciabattino, e da Rosa Messina, una casalinga, e allo sbarco a Brooklyn si rivelò un “enfant prodige”. Finì la scuola d’obbligo a 12 anni, entrò in uno studio legale a 18, e si laureò in legge lavorando. Nel 1908, il presidente Teddy Roosvelt, un repubblicano progressista come Pecora, e un nemico degli oligarchi di quei tempi, gli aprì le porte della Procura di Manhattan. Il giovane siciliano diventò il terrore di Wall street, allora all’apice della corruzione, chiudendo 100 agenzie di borsa.
Nel ’32, la sua crociata attrasse l’attenzione della Commissione bancaria al Senato, che aveva avviato indagini sul crollo del ’29, e che lo volle come legale. L’anno dopo, alla sua elezione a presidente, il democratico Roosevelt, il padre del new deal, gli chiese di “fare giustizia per il bene del paese”. Per la maggioranza dell’America, Pecora era un carneade, e gli italiani non godevano di buona fama, il più celebre era Al Capone, il re dei gangster. Ma in poche settimane, Pecora costrinse l’America a cambiare idea sugli italiani e assurse, come scrisse Time, “a un eroe americano”, esponendo a rappresaglie, per fortuna sventate, se stesso e la famiglia.
Dotato di incredibile memoria, intelligenza ed eloquenza, maestro dei colpi di scena e del sarcasmo, Pecora trasformò le udienze al Senato in un processo che tenne incollato il paese alla radio. Come Golia contro Davide, proclamò Time, contro il siciliano i titani della finanza crollarono. J.P. Morgan, il salvatore di Wall street nella crisi dell’inizio del secolo, ammise di avere evaso il fisco e fu multato; Richard Whitney, inquisito per “inside trading”, perdette la presidenza della borsa di New York; Charles Mitchell della National city bank, oggi il Citigroup, si dimise. Una caduta degli dei senza precedenti nella storia americana, che spinse i repubblicani ad accusare Pecora di tradimento e di megalomania. Ma sull’onda dello sdegno popolare, il Congresso approvò le sue proposte.
Pecora continuò a fare il giustiziere dei “banksters” per un anno e mezzo, come membro della nuova SEC, sotto la direzione di Joseph Kennedy, il padre del futuro presidente John Kennedy. Nel ’35, Roosevelt lo nominò giudice della Corte suprema dello stato di New York. Nel ’50, a 68 anni, Pecora si candidò a sindaco della Grande mela ma fu battuto da Vincent Impellitteri. Morì nel ’71, quasi novantenne, e Wall street gli tributò i meritati onori. Ma con lui, se ne andò il simbolo della trasparenza e della sorveglianza: di lì a dieci anni sarebbe cominciata la lunga marcia verso la catastrofe del 2008.
Pecora non se ne sarebbe stupito. Nel suo libro “Wall street sotto giuramento” pubblicato nel ’39, il grande inquisitore ammonì che un altro ’29 era possibile: “La gente dimentica, forse un giorno ascolterà di nuovo gli appelli suadenti della borsa. Ho visto che più la finanza si rafforza e più rifiuta di cambiare”. (aise)


