COMMEMORATO A NEW YORK IL DETECTIVE ITALO-AMERICANO JOE PETROSINO
NEW YORK\ aise\ – “Petrosino, così come Falcone e Borsellino, fu assassinato per la predominante cultura mafiosa del contesto sociale in cui si trovò ad operare. Ed allora il problema principale oggi, come ieri, è di come formare i formatori per far crescere il livello di responsabilità collettiva. I rischi di chi come me si trova ad operare in prima linea contro la criminalità mafiosa sono inversamente proporzionali alla crescita della responsabilità sociale e politica sul fenomeno”. Così ha esordito il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, alla commemorazione del detective italoamericano Joseph Petrosino, assassinato a Palermo 100 anni fa.
La commemorazione del “John Jay College of Criminal Justice” di Manhattan, scuola di addestramento della polizia criminale newyorkese, si è svolta alla presenza dei massimi responsabili della Squadra speciale per la repressione del crimine organizzato negli Stati Uniti, di studenti e docenti delle principali università e di folte rappresentanze delle comunità italoamericane.
Don Luigi Ciotti ha lanciato un messaggio di speranza annunciando il moltiplicarsi delle organizzazioni volontarie di “Libera” che denotano oggi più che mai la crescita della volontà civile di reagire anche in regioni apparentemente impermeabili come la Calabria. “Si tratta”, ha detto, “di combattere prima di tutto la mafia delle parole che ci confonde e non ci permette di capire chi combatte veramente la criminalità. Poi si tratta di crederci fino in fondo, infondendo negli altri la consapevolezza che soltanto il rispetto della legalità statale può rendere liberi gli uomini, dando a tutti, ma soprattutto ai giovani, la speranza di un ruolo dignitoso per la crescita comune”.
A rievocare sul piano storico Joe Petrosino, Marcello Saija dell’Università di Messina. Nella relazione di apertura del convegno, dopo aver mostrato le singolari coincidenze tra la tragica vicenda del detective italoamericano e quelle degli eroi antimafia del nostro tempo, ha detto: “Joe Petrosino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono riusciti nell’intento di svelare parecchi segreti della cupola e perseguire i capi riconosciuti dell’organizzazione mafiosa e per questa ragione sono stati barbaramente trucidati a seguito di complotti che lasciano chiaramente intravvedere connivenze politiche ed istituzionali. Cosa vuol dire tutto ciò?”, si è quindi chiesto.
“Che la lotta alla mafia in Sicilia non ha fatto un passo avanti dall’omicidio di Petrosino ad oggi? Probabilmente no. Il livello di consenso sociale alle organizzazioni criminali in Sicilia e grandemente diminuito e la lotta alla mafia fatta da uomini determinati e coraggiosi come il procuratore Grasso e Don Ciotti beneficia non poco del nuovo clima instauratosi nell’Isola dopo gli eventi tragici degli ultimi anni”.
Il capo della polizia newyorkese George Grasso, ricordando lo stretto lavoro di collaborazione tra le autorità anticrimine sulle due sponde dell’atlantico, ha chiuso la conferenza con un gesto di stima e di ringraziamento nei confronti di Pietro Grasso, consegnandogli una targa che simboleggia la cooperazione internazionale anti crimine.
Presente anche il console generale d’Italia a New York, Francesco Maria Talò, che, soddisfatto della riuscita degli eventi sulla legalità organizzati dal Consolato in collaborazione con Anfe Sicilia, ha messo la “coppola” a tutti i relatori affermando: “questi cappelli che un tempo erano il simbolo della mafia devono essere restituiti a tutte le persone oneste che in Sicilia e nel mondo si battono per la giustizia sociale”. (aise)


