Madonna del Cardellino

ROMA\ aise\ – Dopo dieci lunghi anni di assenza dalle Gallerie degli Uffizi, il restauro della Madonna del Cardellino restituisce al pubblico un capolavoro assoluto del genio di Raffaello. Il blu oltremare del cielo, i dettagli del paesaggio e la grazia dell’incarnato, sino ad oggi celati da ridipinture, sono nuovamete leggibili. Ed anche se l’opera “non è stata riportata al suo antico splendore, impossibile da recuperare”, essa “è stata resa nuovamente fruibile nei suoi significati espressivi”. Ad annunciarlo il 30 ottobre, nel corso di una conferenza stampa a Roma, Bruno Santi, direttore dell’Opificio delle Pietre Dure, istituto che ha curato il restauro in collaborazione con gli Uffizi.

Presenti, nella sede romana della Stampa Estera ad illustrare i risultati del restauro, le istituzioni locali ma anche la sovrintendente al Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini, il direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali, il responsabile Settore Restauro dipinti Opificio Pietre Dure, Marco Ciatti, e Patrizia Riitano, eesponsabile dei lavori di restauro.

La tavola del Maestro Urbinate prima di tornare nella Sala 26 degli Uffizi, sarà in mostra dal 21 novembre al 1 marzo a Palazzo Medici-Riccardi, sede della Provincia di Firenze, che ospiterà l’esposizione “Raffaello. L’Amore, l’Arte e la Grazia. La Madonna del Cardellino”, curata da Antonio Natali e Marco Ciatti. La rassegna (catalogo Mandragora) accosterà il capolavoro restaurato a quattro opere coeve: Per la parte storica e artistica, accanto al capolavoro dell’urbinate sono presentate quattro eloquenti e significative opere coeve: la Gravida, ascritta a Raffaello fra il 1504 ed il 1508; la Monaca, di scuola fiorentina, significativa testimonianza dell’ascendente esercitato dal giovane Raffaello sui suoi colleghi e la Madonna, il Bambino e San Giovannino, di Girolamo della Robbia (1510- 15151), preziosa terracotta invetriata la cui composizione ripropone fedelmente la Bella Giardiniera di Raffaello al Louvre; di particolare interesse la “coperta” di ritratto, una sottile tavola, un tempo attribuita da alcuni studiosi a Raffaello per la Monaca. “Le poche ma emblematiche opere sono state scelte non solo per dare nozione del contesto storico in cui nacque la Madonna del Cardellino ma anche per non rischiare di offrirla alla stregua di un oggetto di devozione”, ha precisato Antonio Natali.

La storia della Madonna del Cardellino è intimamente connessa con quella fiorentina. Raffaello la dipinge agli inizi del ’500, durante il periodo trascorso nella città toscana prima di andare a Roma. In quegli anni, sono presenti a Firenze – “Nuova Atene” – Michelangelo e Leonardo. E senza dubbio Raffaello guarda ai due grandi maestri del Rinascimento italiano, come risulta evidente nella Madonna del Cardellino ed in particolare nella posa della Vergine, leonardesca, che al tempo stesso includendo i due bambini in una piramide richiama la Madonna di Bruges di Michelangelo. Il paesaggio in lontananza sfuma in trasparenze azzurine, anch’esse leonardesche, mentre più vicino si precisa in un’orizzontale che taglia tutto il quadro come nel Tondo Doni. La linea di Raffaello non espande come in Leonardo, né contrae come in Michelangelo, ma definisce con evidenza plastica il rapporto tra figura e spazio. Il dipinto riflette magistralmente le vicende artistiche dell’epoca, non solo quelle degli artisti più noti, ma evoca la tradizione pittorica del Ghirlandaio, che Raffaello conosce grazie alla frequentazione di Ridolfo del Ghirlandaio e la tradizione di Perugino, alla cui bottega è stato allievo alla fine del Quattrocento, prima di trasferirsi a Firenze.

L’eccezionalità della Madonna del Cardellino deriva anche dal fatto che quasi miracolosamente è arrivata fino a noi dopo il grave danneggiamento subito per il crollo di casa Nasi, dove si trovava nel 1547. La tavola, ha spiegato la Acidini, ridotta in 17 frammenti, viene ricomposta forse dall’amico Ridolfo del Ghirlandaio, da allora non è più stata toccata, a parte due ridipinture ottocentesche.
Le preliminari indagini diagnostiche, condotte tra il 1998 e il 2000, hanno esaminato lo stato di conservazione dell’opera e la tecnica artistica dell’autore in modo tale da indirizzare le operazioni di restauro volte alla ricostituzione di quella che Brandi definiva unità potenziale dell’opera d’arte. Le indagini scientifiche condotte prima e durante il restauro, ha precisato Marco Ciatti, hanno mostrato che le ridipinture effettuate nel corso del tempo sono state aggiunte solo per restituire splendore alla pittura, portandola però a un progressivo ingrigimento.

La restauratrice Patrizia Riitano ha potuto ripulire la tela arrivando fino alla vernice originaria, stesa direttamente da Raffaello, che da allora ha salvaguardato la meraviglia cromatica dell’opera. La Riitano ha compiuto anche integrazioni di colore, perfettamente riconoscibili, nelle non poche lacune, generate dalle incrinature del legno. Una scelta completamente reversibile, che segue i principi di restauro di scuola italiana, grazie ai quali il restauro pittorico è visibile da vicino e invisibile da lontano. L’intervento ha restituito la tonalità originale e riportato in luce alcuni particolari paesaggistici celati dalle ridipinture alteranti. Le cromie che caratterizzano la produzione raffaellesca sono vivaci e squillanti. Quelle della Madonna del Cardellino sono le medesime di un altro grande capolavoro del Maestro Urbinate, di recente restauro, la Deposizione Baglioni della Galleria Borghese, e sono le stesse riscontrabili negli affreschi della Cappella Sistina di Michelangelo.

L’auspicio è che l’opera fiorentina non sia soggetta, com’è accaduto in passato, ad una sterile polemica della critica spesso legata ad un’immagine romantica dell’opera, perché le cromie di Raffaello, come di Michelangelo, sono vivaci e la loro origine comune è da ricercarsi nella tradizione cromatica quattrocentesca. Il dipinto non è stato riportato a nuovo, come spesso accade quando si forza eccessivamente la pulitura, ma è stato restaurato senza oltrepassare quel limite che ogni restauratore dovrebbe imporsi dopo un esame dello stato di conservazione dell’opera e della tecnica artistica dell’autore.

La soprintendente al Polo museale fiorentino ha confermato l’importanza del dipinto affermando che, una volta rientrato agli Uffizi, da lì “non si muoverà più”, pur ammettendo che “tali regole hanno possibilità di eccezione” e che “l’allontanamento è solo sconsigliato”. Fatto sta che il capolavoro di Raffaello é comunque inserito nella lista delle 23 opere inamovibili del museo fiorentino, stilata dal direttore Antonio Natali. Probabilmente un eventuale futuro prestito non mancherà di scatenare il dibattito, come quello che ha investito già in passato il prestito dell’Annunciazione di Leonardo. Ma ciò che oggi più interessa è la possibilità di poter vedere nuovamente un’opera di notevolissima importanza, che segna l’ormai raggiunta maturità di Raffaello, frutto del genio e della straordinaria temperie culturale che caratterizza Firenze ai primi del Cinquecento, inaugurando il nuovo secolo, l’epoca moderna, il Rinascimento. (fabrizia puca\aise)