CLIMA DISTESO TRA CHIESA E MONDO EBRAICO: LA VISITA DEL PAPA IN SINAGOGA E L’UNANIME CONDANNA DELLA SHOAH
SCHAAN\ aise\ – Il 17 gennaio scorso si è conclusa positivamente la visita di Benedetto XVI nella Sinagoga di Roma, fatta 24 anni dopo Giovanni Paolo II, primo Pontefice a varcare la soglia di un tempio ebraico. Alla vigilia aveva creato timori la critica a Pio XII, da alcuni ebrei ingiustamente accusato di connivenza con il nazismo. Motivo per il quale Giuseppe Laras, presidente dei rabbini italiani, si è rifiutato di partecipare all’incontro ritenendolo “inutile e negativo”, in quanto “non deriverà nulla di positivo né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere”. Un dissenso determinato anche dalla recente firma pontificia del decreto sulle “eroiche virtù” di Papa Pacelli, male accolta dalle “famiglie dei superstiti della Shoah e da alcuni esponenti del Rabbinato italiano”.
Certo, c’è libertà di opinione. Ma essa, per non diventare pregiudizio, deve basarsi sui fatti, non solo sul puro antagonismo ideologico o religioso. Che per secoli la Chiesa Cattolica sia stata antisemita ed abbia accusato di deicidio gli ebrei, residenti a Roma fin dai tempi di Giulio Cesare, è provato, tra l’altro, dall’umiliante ghetto istituito nel 1555 da Paolo IV proprio dove ora c’è la sinagoga. Antigiudaismo superato da Giovanni XXIII e con la Dichiarazione “Nostra aetate”, promulgata nel 1965 dal Concilio Vaticano II, con cui si diede origine al dialogo. Vero anche che Pio XII non condannò espressamente il nazismo, ma il suo silenzio fu determinato dalla consapevolezza che il Führer avrebbe reagito con violenza. E che, nell’ottobre ’43, furono catturati 1.023 ebrei su i circa 8mila residenti a Roma, 288 dei quali bambini (ne rientrarono vivi solo 17 ed un solo minorenne), ma proprio questi numeri dimostrano come la Santa Chiesa abbia cercato in tutti i modi di salvarli attraverso “un’azione di soccorso nascosta e discreta” del Papa; aiuto testimoniato, tra gli altri, da Albert Einstein, Golda Meir, Moshe Sharett, dal rabbino Herzog, oltre a Pinchas Lapide, console israeliano a Milano.
Indubbio che esista tuttora un notevole antisemitismo, oltre al fondamentalismo islamico che vuole annientare, culturalmente e fisicamente, lo Stato d’Israele e gli ebrei tutti: c’è a livello internazionale ma anche in Italia ove, negli anni ‘80, la comunità ebraica soffrì il “vento dell’odio”, come ricorda il rabbino Toaff; e dove – è Gian Antonio Stella a segnalarlo su il Corriere della Sera del 19 gennaio 2010 – all’inserimento su Internet, effettuato dal Centro documentazione ebraica contemporanea, delle fotografie dei bambini uccisi nei lager, ha fatto seguito una serie di vergognosi commenti.
Tuttavia ciò non giustifica le parole del presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, riferite a Pio XII il cui “silenzio davanti alla Shoah fa ancora male perché avrebbe dovuto fare qualcosa. Forse non sarebbe riuscito a fermare i treni della morte, ma avrebbe lanciato un segnale, una parola di estremo conforto, di umana solidarietà, nei confronti di quei nostri fratelli trasportati verso i forni crematori di Auschwitz”. Eppure la sua famiglia e lui stesso sono sopravvissuti grazie all’aiuto delle suore di un convento di Firenze: chi, se non Papa Pacelli, aveva chiesto di nascosto a religiosi e monache di ospitarne il più possibile, condividendone paure e speranze?
Opportuna, quindi, la risposta di Benedetto XVI che inizia la visita dal luogo dove stazionarono i camion tedeschi per deportare i semiti e che, dopo aver sottolineato quanto sia stata sconvolgente la Shoah ed aver ammesso che “purtroppo molti rimasero indifferenti”, rammenta che tanti cattolici italiani ed “anche la Sede Apostolica, sostenuti dalla fede, aprirono le braccia per soccorrere gli ebrei braccati, a rischio stesso della loro vita”. Non nomina Pio XII, ma il riferimento al Papa è evidente, così come è lampante l’invito a ricordare le cose come stanno, perché solo “la memoria spinge a rafforzare i legami, affinché crescano sempre di più la comprensione e la fiducia”.
Lo spirito che ha guidato il Santo Padre si legge nel ringraziamento rivolto al “Signore per averci fatto il dono di ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della riconciliazione”; e nel richiamo al “beneamato predecessore Giovanni Paolo II al quale si deve lo sforzo per superare incomprensione e pregiudizi e che chiese scusa per le sofferenze che il popolo di Israele aveva dovuto patire nei secoli”. Ratzinger condanna l’Olocausto, simbolo di un “regime senza Dio”, e lancia un monito contro chi vuole stravolgere la storia, perché “qualsiasi negazione o minimizzazione della Shoah è inaccettabile e intollerabile”, implicitamente riferendosi anche ai Lefebvriani che negano l’esistenza delle camere a gas.
Un discorso semplice ed informale che, come il Papa stesso ha detto, “s’inserisce nel cammino tracciato per rafforzare il dialogo, per manifestarvi la stima e l’affetto che il Vescovo e la Chiesa di Roma nutrono verso questa comunità e le comunità ebraiche sparse nel mondo”. Che ribadisce la linea “irrevocabile” del Concilio Vaticano II, nonostante le differenze esistenti e i relativi problemi. Che, in nome del Dio comune e di quei Dieci Comandamenti dai quali, “come fiaccola dell’etica”, nasce il rispetto della vita e della dignità dell’uomo, anche se straniero o appartenente ad un’altra religione, invita a lavorare insieme ai cristiani per difendere l’ambiente, la famiglia, “cellula fondamentale della società”, e l’essere umano anche nel suo stato embrionale; per aiutare i poveri e i più deboli, spesso calpestati ed ignorati da una società oggi estremamente consumistica. Soprattutto, riprendendo quanto detto dal rabbino Di Segni, per contribuire, anche con i musulmani che rifiutano la violenza, a rendere più pacifico il mondo. Cristiani ed ebrei credono nello stesso Dio. In nome del quale si possono spegnere polemiche e diffidenze. (egidio todeschini\aise)


