ROMA\ aise\ – Al centro la grandiosa figura di San Michele intento a pesare le anime alla presenza della corte celeste. A sinistra i beati accolti da San Pietro si apprestano a varcare le porte del Paradiso. A destra, i dannati che precipitano nel fuoco dell’inferno. Questo è ciò che viene rappresentato nel trittico del Giudizio Universale di Hans Memling, conservato al Museo di Danzica, destinato dal pittore fiammingo all’Italia, più precisamente alla cappella dedicata a San Michele nella Badia Fiesolana a Firenze, ma che in Italia non arrivò mai.

Commissionata dal banchiere fiorentino Angelo Tani e da sua moglie Caterina di Francesco Tanagli – entrambi raffigurati inginocchiati del retro degli sportelli del trittico –, l’opera venne caricata sulla galea San Tommaso assalita dai pirati che trasportarono il carico nella città di Danzica, che si era dimostrata il migliore offerente per il prezioso bottino. Il trittico del Giudizio Universale venne ammirato a tal punto dagli abitanti della città che questi decisero di collocarlo nel Duomo della città. Inutile fu la causa intentata per riaverlo.

Il Tani era particolarmente legato a quell’opera in quanto per lui rappresentava un riscatto morale e al contempo un chiaro messaggio per un suo ex amico, il quale gli aveva slealmente sottratto un incarico prestigioso in una banca di Bruges. Angelo Tani, scegliendo Memling per realizzare l’opera, si era rivolto al più famoso e caro artista del luogo, perché dipingesse il giudizio universale, come a dire che se la giustizia umana nulla aveva potuto nel suo caso, sarebbe stata la mano divina a punire un giorno i torti da lui subiti.

Il Trittico non rimase sempre a Danzica ma sempre vi fece ritorno, sia quando venne depredato dalle truppe napoleoniche per essere portato al Louvre, sia quando i russi, come risarcimento delle perdite della seconda guerra mondiale, lo collocarono all’Ermitage. Ma il Trittico, al contrario di moltissime altre opere che ebbero la stessa sorte, grazie alla capacità diplomatica della Polonia, tornò sempre a Danzica.

A distanza di quasi 600 anni l’opera più famosa di Memling, artista che seppe operare una sintesi armoniosa, complessa e sommamente originale delle conquiste dei grandi fondatori dell’arte fiamminga, toccherà il suolo italiano, per la prima volta, per essere esposta dal 10 ottobre 2014 al 18 gennaio 2015 alle Scuderie del Quirinale di Roma nella mostra “Hans Memling”, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo con Arthemisia Group.

Una monografica mai prima realizzata nel nostro Paese, che si inserisce nel solco delle grandi monografie apprezzate dagli specialisti e dal grande pubblico della sede espositiva romana, e che finalmente darà ragione delle qualità eccelse di questo artista che visse 59 anni, lasciando due figli, o forse due apprendisti e una cospicua eredità. Si suppone fosse nato in Baviera dove ancora oggi si trova la cittadina che ha gli ha dato il cognome Mömlingen.

Il progetto espositivo di Till-Holger Borchert, curatore del Memling Museum di Bruges, studioso di livello internazionale dell’arte fiamminga del XV secolo, riunisce una lunga serie di olii su tavola – che necessitano non solo di trasporti eccezionali, ma anche di essere preservate all’interno di speciali teche climatizzate e di cui è difficilissimo il prestito per mostre temporanee -, tra cui, oltre a capolavori di arte religiosa provenienti dai più importanti musei del mondo, tra cui dittici e trittici ricomposti per la prima volta in occasione della mostra come il trittico Pagagnotti (Firenze, Uffizi; Londra, National Gallery) o il monumentale Trittico della famiglia Moreel (Bruges, Groeningemuseum) che farà da spettacolare conclusione del percorso espositivo, una magnifica serie di ritratti tra cui il Ritratto di giovane dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Ritratto di uomo dalla Royal Collection di Londra – un prestito eccezionale della Regina Elisabetta II -, un Ritratto femminile di collezione privata americana, il Ritratto di uomo della Frick Collection di New York nonché il magnifico Ritratto di uomo con moneta romana proveniente dal Koninklijk Museum voor Schone Kunsten di Anversa.

La mostra prenderà in esame ogni aspetto dell’opera e della carriera di Memling, dalle pale d’altare ai trittici portatili, ai dipinti devozionali, oltre ai famosi ritratti, genere in cui l’artista seppe perfezionare lo schema campito su uno sfondo di paesaggio, che ebbe vasta diffusione e forte influsso anche sulle opere di numerosi artisti italiani del primo Cinquecento.

L’esposizione metterà inoltre in luce l’aspetto del mecenatismo nella carriera dell’artista, sottolineando in particolare l’importanza dei suoi clienti italiani, uomini d’affari, dignitari di corte e agenti provenienti da Firenze, Venezia o Genova che vivevano a Bruges – dove Memling di origine tedesca si era trasferito allievo prima e collaboratore poi di Rogier Van der Weyden, aprendovi una fiorente bottega – o vi risiedevano allo scopo di supervisionare le commissioni per conto di clienti in Italia. Più di tutti i suoi contemporanei, Memling divenne il pittore preferito della diaspora italiana a Bruges, traendo grande vantaggio dalla reputazione della precedente generazione di Primitivi fiamminghi, in particolare Jan Van Eyck e Rogier Van der Weyden. Fin dall’inizio della sua attività indipendente come pittore di tavole, Memling riuscì a creare una sintesi dei notevoli risultati di entrambi quei maestri, già tenuti nella più alta considerazione dalla nobiltà italiana e dalle élite urbane che ne fecero il loro pittore di riferimento. (aise)

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