(NoveColonne ATG) Roma – Forse non avrebbe dovuto coglierci così tanto di sorpresa, la morte di David Bowie. Forse avremmo dovuto intuire qualcosa già quattro giorni fa, interpretare la brand new clip di “Lazarus” come un oscuro presagio, capire che Ziggy Stardust voleva dirci qualcosa. Per l’ultima volta. “Guarda qui, sono in Paradiso” cantava (canta) un Bowie emaciato, due bottoni al posto degli occhi in splendida iconografia halloweeniana, sdraiato su uno squallido letto d’ospedale. “Ho cicatrici che non si possono vedere, un dramma (in senso artistico) che non può essere rubato, tutti adesso mi conoscono”. E ancora: “Guardami, uomo, sono in pericolo, non ho più nulla da perdere, sono così in alto che il mio cervello gira, e ho lasciato il cellulare giù”. Un senso di distacco dal mondo evidente e, ascoltato e visto a posteriori, praticamente il pubblico annuncio di una morte incombente, che si fa ancora più lugubre nella seconda parte del video, quando il tono di Lazarus cresce, David si contorce, scrive, canta “o così o niente, tu sai che sarò libero ‘just like the bluebirds’”, l’uccellino azzurro che nella tradizione dei nativi americani e nel dramma di Maurice Maeterlink rappresenta la felicità e la cura dalle malattie. Poi, mentre una inquietante figura femminile lo osserva da sotto il letto, il Duca Bianco sparisce per sempre, chiudendo dietro di sé le ante dell’armadio in cui è andato a infilarsi ballando lentamente all’indietro. Quattro giorni dopo l’uscita del video di “Lazarus”, e a poche settimane dal lancio di “Blackstar”, a causa di un cancro con cui, si apprende, combatteva da un anno e mezzo, Ziggy Stardust ha lasciato la Terra per far ritorno alla sua vita su Marte, con quest’ultimo colpo di teatro che si stenta a credere solamente casuale, vista la teatralità di un personaggio che ovunque andasse sembrava sempre accompagnato da elettricità pura, da quell’aurea di ribelle e di eroe quasi per caso cantata nei suoi pezzi più famosi. Bowie è stato così innovatore da riuscire a sintetizzare folk e hard rock, pop ed elettronica; così performer da contenere in sé almeno tre personalità: quella di Ziggy Stardust, quella del Duca Bianco e la sua originale, peraltro ambivalente essa stessa (vedi la mai risolta tensione bisessuale o quella buffa caratteristica dell’occhio nero e dell’occhio blu). Così trasformista da essere stato uno dei pochi artisti di fama mondiale ad averne interpretato un altro: nel film Basquiat, Bowie vestì i panni di Andy Warhol, così come in The Prestige di Christopher Nolan fu Nikola Tesla, non a caso il re dell’elettromagnestismo, che nella pellicola fantasiosamente aveva scoperto di creare i doppi delle persone. Così ‘glam’ e autoironico da interpretare un giudice di un contest di sfilate tra Ben Stiller e Owen Wilson in Zoolander: una scena che suggerisce come forse non c’era modo migliore per lui di sparire per sparire, che non dentro un armadio. Anche se i fan increduli sperano ancora in un ultimo, ulteriore colpo di scena, e che il Duca torni ad alzarsi di nuovo: sarà forse un caso che l’ultima canzone si chiama proprio “Lazzaro”?

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