(NoveColonne ATG)  Roma – La Concordia ha lasciato l’Isola del Giglio. Per chi ha lavorato al suo recupero per due anni e mezzo, per chi l’ha vista sdraiata di fianco su un scoglio come una balena in quella notte sciagurata del 13 gennaio 2012 e poi per mesi, per chi l’ha vista alla fine rialzarsi e rigalleggiare, è stato un tuffo al cuore quando mercoledì 23 luglio la nave, con la sua ciambella di trenta cassoni tutt’attorno (in gran parte affondati in acqua), ha iniziato a ruotare e si è allontanata dalla costa, a cercare la posizione al centro del convoglio di quattordici mezzi che l’accompagneranno fino a Genova. Un ‘galleggiante’ di oltre 70 mila tonnellate trainato da due rimorchiatori, un naviglio lungo 290 metri e largo più di 62, cinquanta metri fuori acqua ed altri diciotto sotto, più basso ed affondato di quasi dieci metri rispetto a quando la Concordia navigava ma con il ‘naso’ fuori dal mare. Ma se la nave se ne va l’orologio non si riporta indietro. Rimangono i trentadue morti sulla nave, a cui si aggiunge il subacqueo spagnolo che ha perso la vita durante le operazioni di rimozione del relitto. Rimane di quei trentatre morti l’ultimo corpo da cercare, Russel Rebello, il cameriere indiano che si è sacrificato per salvare altri passeggeri. Le ricerche riprenderanno venerdì sul fondale dove era adagiata la nave e poi a Genova, al suo interno. “La Regione Toscana – ha sottolineato Maria Sargentini, presidente dell’Osservatorio per la rimozione della Concordia – ha contribuito con un gran lavoro e con un grande impegno e collaborazione alla gestione di un cantiere e un sistema sicuramente complesso”. “Sono arrivata sull’isola, quella notte, da capo della Protezione civile regionale – ricorda – e mi permetto di dire che se quella notte non ci fosse stata la popolazione del Giglio, che subito ha soccorso i naufraghi, la Provincia di Grosseto che subito si è allertata e la protezione civile regionale, forse qualcosa poteva andare anche peggio”.

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