ROMA\ aise\ – “Una delle principali doti del buon diplomatico è la capacità di gestire intelligentemente le relazioni interpersonali. È proprio tale qualità, infatti, che concorre in modo determinante a concretizzare gli obiettivi della sua missione. Il Cerimoniale Diplomatico racchiude molto più di quanto illustri la sua semplice definizione”. È quanto afferma l’Ambasciatore Stefano Ronca in un’intervista al sito della Farnesina “www.esteri.it”.

Non si tratta di una “teoria” costruita a tavolino, risultato di intellettualistiche elaborazioni, ma di una “pratica”, frutto di esercizio di valori come la capacità di avviare e coltivare buone “relazioni interpersonali”, espressione di un bagaglio culturale di tradizioni umanistiche ma anche di innovazione. Una “pratica” frutto della capacità di essere buoni “analisti politici, bravi gestori di risorse umane e finanziarie, lungimiranti valutatori delle prospettive economiche e commerciali per i nostri imprenditori”, ma soprattutto dei diplomatici.

“E un buon diplomatico è in primo luogo una persona efficace e a proprio agio nei rapporti con gli altri”. Una “pratica” che, in quanto tale, si apprende attraverso la formazione, l’insegnamento. Il paziente tessitore di questa “tela”, dal complesso ordito, è l’Ambasciatore Stefano Ronca che da pochi giorni ha lasciato la guida del “Cerimoniale diplomatico della Repubblica”(“bisognerebbe cambiargli nome, anche se non sarebbe facile trovargliene un altro che si adatti meglio alla complessità dei temi che abbraccia”, dice) e che ha compendiato in un volume le “pratiche” e le “regole” che attengono a tale “servizio” per la politica estera.

“La cura delle relazioni interpersonali – spiega l’ambasciatore Ronca – è fondamentale nella formazione di un diplomatico. Essa è alla base del suo mestiere, ed è importante che il rapporto con il proprio interlocutore sia sempre costruttivo. Ciò significa sviluppare doti-socioculturali di ascolto. Saper ascoltare – sottolinea Ronca – non è meno importante di saper parlare”. L’Ambasciatore cita quello che definisce un “efficace brano” di Plutarco sull’arte di ascoltare: “I più pensano che per pronunciare un discorso ci sia bisogno di studio ed esercizio, mentre dall’ascolto possa trarre profitto anche chi vi si accosta in modo improvvisato. Non è così. Se la natura ci ha dato due orecchie ed una lingua sol è perché siamo tenuti ad ascoltare più che a parlare”.

Saper ascoltare – spiega Ronca – “fondamentale nel nostro mestiere, non solo perché è uno dei principali strumenti di acquisizione di informazioni e valutazioni, ma anche perché costituisce uno di quei cruciali segnali di attenzione necessari per empatizzare con l’interlocutore. Inoltre il diplomatico machiavellico ed ambiguo – appartenente ad un certo cliché letterario- disposto a qualunque compromesso per ottenere lo scopo che si è prefissato, – aggiunge Ronca – non fa onore alla nostra professione e non fa quasi mai, nel lungo periodo, l’interesse del proprio Paese. Il diplomatico è utile se è sempre credibile e capace di trasmettere al suo interlocutore un messaggio di onestà e di affidabilità in particolare quando si tratta della difesa degli interessi nazionali. E riesce a costruire rapporti positivi durevoli poiché ciò fa intrinsecamente parte della sua missione”.

“La vita delle relazioni internazionali – dice l’Ambasciatore Ronca – è percorsa da cambiamenti profondi e processi nuovi: l’“universalizzazione” della comunità internazionale, la moltiplicazione delle organizzazioni multilaterali, l’emergere di nuovi soggetti internazionali come le ONG, i movimenti religiosi e le multinazionali, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, il ruolo crescente dell’opinione pubblica ed il moltiplicarsi dei rischi alla pace ed alla sicurezza connessi all’emergere del terrorismo globale sono alcune delle variabili che influenzano e condizionano la diplomazia contemporanea”.

Di qui – spiega Ronca – le “regole della pratica internazionale non possono sottrarsi a simili processi, e sono chiamate ad evolversi conseguentemente”. Di qui l’ “esigenza di modernizzare il Cerimoniale Diplomatico in senso armonico con le tradizioni del passato e le esigenze del presente”.

La semplificazione nella gestione degli avvenimenti è diventata un “dato di fatto”. Ronca dice che il “tasso” di visite internazionali in Italia che si registra oggi è di gran lunga superiore a quello che si registrava alcuni anni fa. Ed anche “i tempi della durata delle visite” si sono molto ridotti, senza perdere i “passaggi significativi” e “simbolici” che danno “sostanza” alla “forma”.

La visita di Stato del Presidente francese De Gaulle, in Italia nel 1961, per il centenario dell’Unità d’Italia, durò una settimana, “ora una simile durata non è più praticabile” neppure per visite della massima rilevanza politica.

La recente evoluzione del “sentire dell’opinione pubblica sulle immunità ed i privilegi dei diplomatici – chiarisce l’Ambasciatore Ronca – non è priva di conseguenze delle quali oggi è ancora difficile valutare appieno la portata. Il recente arresto di un Console in una grande capitale occidentale dovuto alla violazione di norme che regolano i rapporti di lavoro con i dipendenti è un esempio eloquente: sul rispetto della carica consolare ha prevalso, per le Autorità locali, il diritto del lavoratore dipendente”.

Esempi concreti – commenta Ronca – che certamente non “collimano” con quella che sino a pochi anni orsono, era una “interpretazione univoca” delle immunità diplomatiche previste dalla Convenzione di Vienna. Sicché – dice Ronca – il Cerimoniale, “oltre all’organizzazione di vertici, visite, incontri internazionali”, deve dedicare molta attenzione ai “nuovi aspetti che nascono dalla intersezione fra la vita delle missioni diplomatiche e quella della società civile”. (aise)

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