(NoveColonne ATG) Roma – Dopo il Senato sul dl sviluppo, anche la Camera dice a Monti un sì che in realtà è un no grande come una casa. L’approvazione della fiducia che il governo aveva posto, il 6 dicembre, sul decreto sui costi della politica negli enti territoriali si porta appresso il fardello di quei 140 astenuti, moltissimi dei quali in quota Pdl, che mettono Montecitorio nelle stesse condizioni in cui si era trovato Palazzo Madama qualche ora prima: la “strana maggioranza” che sosteneva il governo tecnico non c’è più (solo 281 i voti a favore della fiducia). L’improvviso sfilarsi del Pdl al mattino aveva trasformato “quello che doveva essere il giorno di un piccolo passo avanti verso l’uscita della crisi” come dirà Dario Franceschini, in una giornata campale, di vera e propria battaglia. Con Fabrizio Cicchitto che annunciava già prima delle dichiarazioni di voto che il suo gruppo si sarebbe comportato esattamente come i colleghi del Senato. Con le stesse premesse portate da Gasparri prima di lui: “Per senso di responsabilità, al Senato abbiamo votato in modo tale che la legge di stabilità vada avanti, anche alla Camera ci asterremo e faremo in modo di garantire il numero legale”. Così sarà, con buona pace del merito del provvedimento sugli enti locali. Il Partito democratico e l’Udc esplodono di rabbia, la Lega, da sempre contraria al governo tecnico, gongola. Pier Ferdinando Casini parla di “gesto inopinato, poco importa se su questo cambiamento di linea si sia voluto fondare una legge elettorale che non consenta ai cittadini scegliere chi eleggere o solo mandare una messaggio al governo sul tema dell’incandidabilità. Se questa è la linea, Berlusconi o un altro è uguale”. Cicchitto tiene a precisare che la scelta è dettata da precise motivazioni politiche, e non certo solo dalle parole del ministro Passera (“Torna Berlusconi? Un male”). Franceschini divide il campo tra responsabili e irresponsabili e si rivolge a Napolitano: “Con lo stesso senso di responsabilità che tredici mesi fa ci spinse ad appoggiare il governo Monti, adesso chiediamo che sia messa nelle mani del capo dello Stato la gestione di un momento così difficile, in cui non si deve disperdere quanto faticosamente costruito”. Nessuna richiesta di dimissioni, spiega Franceschini, “ma l’affidamento di questo passaggio al presidente della Repubblica”. Napolitano, in realtà, si era già espresso prima del capogruppo del Pd, precisando che la tenuta istituzionale del Paese “è fuori questione” e che però “è necessario cooperare responsabilmente a un’ordinata, non precipitosa e convulsa conclusione della legislatura e dell’esperienza di governo avviata nel novembre 2011”. Anche se, precisa, “mi riservo di compiere nelle prossime ore i conseguenti utili accertamenti”. Già il giorno successivo Alfano è salito al Colle, mentre i contatti tra i leader di partito ancora fedeli sono già iniziati: Bersani e Casini, riuniti alla Camera, all’uscita si sono detti “molto preoccupati”.

 

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