CannesFra cinque giorni parte il 66° Festival di Cannes dove l’Italia è rapperesentata da Paolo Sorrentino con La grande bellezza, Miele, opera prima di Valeria Golino con Jasmine Trinca,   Un château en Italie di Valeria Bruni Tedeschi (di origine torinese, ma ormai naturalizzata francese) e da Nicoletta Braschi, giurata per la Cinefondation che assegna i premi ai cortometraggi, che torna a calcare il tappeto rosso del Festival francese a 15 anni di distanza dal Grand Prix Speciale della Giuria assegnato a “la vita è bella”.

Una settimana fa si era appresa la composizione della giuria per la sezione principale, presieduta da Steven Spioelberg e di cui  fanno parte Daniel Auteuil, Vidya Balan, Naomi Kawase, Nicole Kidman, Ang Lee, Cristian Mungiu, Lynne Ramsay e Christoph Waltz, che dovranno assegnare la Palma D’Oro scegliendo fra i 19 film in concorso.

Aprirà la mamifestazione  il remake in 3D de Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, mentre in chiusuira sarà proiettato Zulu di Jerome Salle.

Noi speriamo molto su Sorrebntino che porta in scena ancora una volta il suo attore feticcio Tony Servillo e che a Cannes è sempre andato molto bene, vincendo il primo premio nel 2008 con Il Divo e ricevendo una entusiastica accoglienza con il Le conseguenze dell’amore (2004) e L’amico di famiglia (2006).

In questo suo ultimo film, dopo il piuttosto deludente This Must Be the Place, Tony Servillo è Jep Gambardella, scrittore e giornalista sessantacinquenne, dolente e disincantato, con gli occhi perennemente annacquati di gin tonic, che assiste alla sfilata di un’umanità vacua e disfatta, potente e deprimente, metafora amara e melanconica dell’Italia di oggi.

Accanto a Servillo ci sono Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Roberto Herlitzka, Massimo De Francovich, Giusi Merli, Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Isabella Ferrari, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli: un part terre de roi che speriamo dia il giusto tono alla rappresentazione.

Quanto al film della Golino, uscito il 1° maggio nelle nostre sale, è ispirato al romanzo Vi Perdono di Angela Del Fabbro, e  racconta di Miele (Jasmine Trinca), una ragazza trentaduenne che vive sola. E che da tre anni ha deciso però di aiutare a morire le persone che lo desiderano, poiché crede sia giusto che i malati terminali, che vogliono abbreviare l’agonia, la sofferenza, possano decidere di farlo. Insomma, un angelo della morte che lavora in clandestinità, come ne “L’accabadora”, successo editoriale 2010 di Miche Murgia, targada Einaudi, premio Campiello, ma senza quell’aria funerea che si rivela nel romanzo della antropologa sarda, senza donne anziane vestite di nero e dai tenaci silenzi, dietro cui si celn’aura misteriosa ed un’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra.

Nella storia della Golino, un giorno Milele incontra un settantentte (Carlo Cecchi) in piena salute che richiede il suo intervento e la vicenda, umana e morale, si complica.

In verità il film ai critici italiani non è molto piaciuto ed è stato riconosciuto sì il coraggio della Golino, ma anche criticato uno stile altalenante ed un ragionamento ambiguo ed irrisolto  sui temi della vita e della morte,  ponendo questioni che riguardano soprattutto la degna continuazione della prima, prima ancora che una libera e dignitoso scelta della seconda. Insomma uno spessore nettamente inferiore sul dilemma vita/mprte di Marco Belocchio, con il suo non compreso (ma grandissimo) “Bella addormentata”, in cui la vicenda di Eluana Englaro è solo un pretesto per fotografare cosa accade nell’intimo di un nutrito gruppo di persone, le cui esistenze sono segnate dal cruciale dilemma.

Recentemente ho sentito per Radio la direttrice editoriale di RCS che si lamentava che in Italia si scrive troppo e che vi sono troppi (più di 1.800) premi letterari e che invece non si legge, sicché le opere prodotte sono spesso banali e mediocre.

Capita anche al cinema con l’aggravante che i pochi fondi sono presi da nomi illustri che, spesso, non sono ancora capaci di vera espressione e allo stesso tempo impediscono a givani di talento una adeguata e sacrosanta espressione.

Va raccomandato quindi, anche al cinema come in sede letteraria hanno fatto Bufalino e Benigni, di essere migliori spettatori prima di cimentarsi con una rappresentazione.

Speriamo comunque che il fatto che i francesi hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il nostro cinema, anche stavolta ci salvi e ci porti (in anni bui e grami) qualche risultato.

 

 

 

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