ARBORE 2ROMA\ aise\ – “La musica è da sempre protagonista importante dello scambio culturale tra Italia e Stati Uniti: ha avuto un ruolo fondamentale nel tenere alta la bandiera degli italiani emigrati all’inizio dello scorso secolo ed è stata veicolo dell’entusiasmo e dell’ottimismo americano che ha contagiato l’Italia dopo la guerra. Nessuno potrebbe descrivere questa relazione meglio di Renzo Arbore, in partenza per New York per la presentazione del documentario “Da Palermo a New Orleans” dedicato proprio all’influenza italiana nella musica a per eccellenza, il jazz. Nella comunità italoamericana si parla ancora del suo fantastico tour di quasi 10 anni fa, con uno spettacolo nella mitica Carnegie Hall di New York che lasciò entusiasta ogni singolo spettatore”. Fondatore del portale wetheitalians.com e rappresentante in Italia dell’Italian Amewrican Museum di Little Italy, a Manhattan, Umberto Mucci ha per Arbore, “personaggio positivo e talentuoso a tutto tondo, una grandissima ammirazione”: per questo lo ha intervistato “per parlare di Italia e Stati Uniti”.

D. Renzo, lei è stato fra gli artefici della diffusione qui in Italia della musica americana e di ciò che essa rappresentava. Che impatto ebbe l’arrivo del modo statunitense di fare musica e di intrecciarsi con la cultura popolare, nel nostro Paese?

R. Io e Boncompagni lanciammo negli anni ’60 in Italia la musica inglese e quella americana. In quegli anni da lì arrivava una vera e propria rivoluzione musicale, che partì da Londra e poi vide arrivare dall’America il genere rhythm and blues con la scuola di Memphis e di Detroit: ci vantammo di aver fatto diventare “più nera” la hit parade italiana, presentando per la prima volta in Italia Otis Redding, Aretha Franklin, James Brown. Si dice che io sia la persona che ispirò Renato Carosone a scrivere la canzone “Tu vuò fa l’americano”.

In quegli anni anche la musica popolare italiana si era rinnovata: Lucio Dalla, Francesco De Gregori e alcuni altri bravissimi cantautori iniziarono la loro carriera e noi ci occupammo di portarli all’attenzione del pubblico radiofonico. Più tardi, io mi sono occupato anche di riportare in auge alcuni tipi di musica italiana che rischiavano di rimanere non conosciuti dal grande pubblico più giovane: la canzone umoristica, lo swing, ma soprattutto la canzone napoletana, che è parte del patrimonio nazionale e che ho avuto l’onore di poter rinnovare un po’ avvicinandola ai suoni di questi tempi.

Effettivamente, in quegli anni l’America era un vero punto di riferimento per il progresso della cultura popolare italiana: valeva per le automobili, gli elettrodomestici, la televisione, che c’erano negli USA e da lì sarebbero arrivati fino da noi. Quando io ero piccolo, era già possibile conoscere qualche contenuto del “Perry Como Show” che andava in onda in America. Dopo gli anni del fascismo e della guerra, vedendo i film dello straordinario cinema americano di quell’epoca ci innamorammo di quel Paese e della sua cultura dell’ottimismo. In più, l’esercito americano che ci aveva liberato aveva lasciato qui in Italia i V-Disc (V stava per Victory), che erano i dischi che dagli Stati Uniti erano stati inviati alle forze armate americane in Europa per ricordare la cultura musicale del loro Paese: e quindi noi dopo la guerra ci “nutrimmo” di quella musica e ci innamorammo del jazz e dello swing, che rappresentavano la modernità nella musica di quel tempo.

D. Rovesciando il discorso, la musica italiana è stata per molti nostri connazionali emigrati in America motivo di riscossa, di orgoglio, di mantenimento delle proprie radici italiane. Lei lo ha ribadito con l’enorme successo dei suoi tour negli Stati Uniti, riarrangiando e riportando in auge la musica popolare italiana e suscitando emozioni e grandissimo entusiasmo. Che significato ha avuto ed ha la musica italiana per gli italoamericani nel corso della loro avventura da emigrati negli USA?

R. Noi italiani dobbiamo ringraziare molto i tenori e i soprani della prima metà del secolo scorso. Sono loro che in quell’epoca hanno portato in giro per il mondo, non solo negli USA, la musica italiana. O sole mio è la canzone più popolare (non italiana: in assoluto) al mondo. Artisti come Enrico Caruso, Tito Schipa, Beniamino Gigli a quel tempo, ma anche di recente Luciano Pavarotti e oggi Andrea Bocelli – che canta anche le sue canzoni, naturalmente – sono stati e sono vere icone della musica e quindi della cultura italiana, ovunque. Certamente, negli anni del boom dell’emigrazione italiana nel mondo, i primi tenori avevano un significato che andava al di là della musica e rappresentavano per gli italiani una grande dimostrazione che dall’Italia potevano e sapevano arrivare anche il loro enorme talento.

Successivamente, invece, purtroppo la musica leggera – il “pop italiano” di grande qualità, penso ad esempio a Fabrizio De Andrè e a Lucio Battisti, veri innovatori del panorama musicale italiano – non ha avuto nessun tipo di promozione all’estero, tranne poche eccezioni per teenager e salvo forse il grande Domenico Modugno e oggi Andrea Bocelli. Io personalmente, insieme all’Orchestra Italiana, ho il piacere e l’onore di portare in giro per il mondo la musica napoletana, che ha sempre un grandissimo successo: ma servirebbe un maggiore coinvolgimento istituzionale. Noi italiani esportiamo tante cose magnifiche del nostro made in Italy, come la moda, la cucina, l’architettura, il design, le automobili, il cinema: ma la musica italiana, che è da sempre uno straordinario veicolo di promozione della nostra cultura, non viene aiutata quanto meriterebbe.

D. Quando si pensa alla musica americana, è difficile non pensare al jazz. Lei ne ha parlato nel bel documentario “Da Palermo a New Orleans”, che descrive la storia di Nick La Rocca…

R. Questa è una storia molto, molto interessante… che dovrebbe fare molto rumore, il giorno che venisse “scoperta” perché portata all’attenzione del grande pubblico. Noi per ora abbiamo prodotto questo bel documentario, che portiamo all’Istituto di Cultura di New York il 3 giugno. Il regista, Riccardo Di Blasi, purtroppo è scomparso di recente: insieme a lui andammo a New Orleans, Chicago, New York e poi a Palermo e a Salaparuta. Nell’ultima metà dell’Ottocento il Governo americano offriva gratuitamente a chiunque lo coltivasse il terreno acquistato dalla Francia (l’attuale Louisiana). Dalla Sicilia iniziarono ad arrivare emigranti, veri e propri coloni, che si occuparono di coltivare queste terre, anche piantando cotone: ogni settimana c’era una nave che salpava da Palermo a New Orleans. Su queste navi si imbarcarono anche molti “bandisti” (abbiamo trovato tracce di ben 80 di loro: uno addirittura di cognome faceva Riina!), ovvero musicisti di banda, siciliani, che una volta arrivati lì iniziarono a suonare insieme con i neri che arrivavano dal Senegal, con i francesi che erano rimasti anche dopo la vendita delle terre, con i canadesi e con molte altre etnie che si trovavano lì. Si incontravano e suonavano in una piazza che si chiamava Congo Square e che oggi è all’interno del Louis Armstrong Park: è così, lì, che nacque il jazz.

Nick La Rocca era un siciliano che aveva creato una delle prime bande musicali lì, che si chiamava Original Dixieland Jass (non c’era ancora la zeta) Band, e nel 1917 incise il primo disco di jazz della storia. La Rocca è anche l’autore di un celebre brano, che si chiama “Tiger Rag”: nella biografia di Louis Armstrong si cita Nick La Rocca perché, quando aveva 13 anni, Armstrong rimase molto impressionato da questa banda musicale di italiani, che faceva questo nuovo tipo di musica che faceva ballare ed eccitare come niente altro prima. La Rocca era un trombettista: insieme a lui c’erano altri grandi artisti italiani, come ad esempio il batterista Tony Sbarbaro e il pianista Frank Signorelli. Il primo chitarrista conosciuto nella storia del jazz, Eddie Lang, si chiamava in realtà Tony Massaro, ed era abruzzese; mentre il primo che introdusse lo strumento del violino in quella musica era di Bergamo e si chiamava Joe Venuti.

Ma l’influenza italiana nel jazz non si esaurisce a quel tempo. Molti musicisti di jazz moderno, che hanno fatto arrangiamenti straordinari, hanno origine italiana: uno per tutti Louis Prima, nato in America ma anch’egli originario di Salaparuta.

D. Per finire, una domanda personale. A noi sembra che il suo rapporto con l’America sia molto forte, che sia ormai parte inscindibile di lei come artista e come uomo. È così? E perché?

R. È così, assolutamente. Il motivo più importante è che l’America nasce con il contributo di tante culture ed etnie, che garantisce una fantastica varietà e vivacità. Le racconto un aneddoto. Quando stavo a Napoli, lavoravo come musicista in un club che si chiamava USO – Unites States Organization: ora a Napoli non c’è più, ma allora (subito dopo la guerra) ce n’era uno in tutti i porti più importanti, di assistenza ai marinai americani. Al contrario degli altri locali italiani, pur essendo un ragazzo lì venivo molto rispettato. Una sera feci amicizia con un militare americano e lo accompagnai al porto: solo arrivato lì, scoprii che era il comandante di una portaerei, che umilmente non aveva vantato il suo grado, in precedenza. Questo episodio, così come tanti altri, mi portò ad amare gli americani: che in realtà non erano amatissimi in Italia, perché avevano vinto la guerra. I fascisti non li amavano perché da loro erano stati sconfitti, i comunisti non li amavano perché erano divenuti il loro nemico nella guerra fredda, i democristiani non li amavano perché vedevano la società americana come un po’ dissoluta (c’era già il divorzio) e pericolosa (c’erano i gangster, tra i quali comunque c’erano anche alcuni italiani). Essere filoamericano era una cosa rara e certamente significava andare un po’ controcorrente: quello che veniva dall’America veniva definito “americanata” con un senso abbastanza dispregiativo. Noi dobbiamo essere molto grati agli Stati Uniti: ci hanno liberato da una terribile dittatura, ci aiutarono dopo la guerra con le risorse dell’UNRRA (io ero uno di quei bambini che portava i vestiti arrivati grazie alla loro generosità), ci hanno dato i soldi del Piano Marshall. È per questo che spero presto di tornare a fare concerti anche lì: è un Paese che amo, ne amo la cultura, a 360 gradi”. (aise)

 

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