NEW YORK\ aise\ – “Il cielo è grigio e New York promette un’altra giornata piovosa. Sono le nove di mattina. Due ranger ed un professore – tutti e tre italo-americani – partecipano ad una visita di un’alta carica dello Stato italiano. Il presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, si accinge ad andare ad Ellis Island, principale punto d’ingresso, dal 1892 al 1954, per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti. Il battello si chiama Liberty IV, approderà su un territorio che ancora risente del passaggio devastante dell’Uragano Sandy”. A fare la cronaca della visita è Letizia Airos su “I-Italy”, portale bilingue che dirige a New York.

“L’edificio del Museo che l’isola ospita è di nuovo in uso, anche se non funziona ancora il riscaldamento. È vuoto però, tutto è ancora custodito altrove. Ma quel fazzoletto di terra, alla foce del fiume Hudson, rimane riferimento fisico e metaforico di chi era partito per inseguire il sogno americano. Vale la pena di visitarlo lo stesso. “È la prima volta che vengo a Ellis Island, ci tenevo moltissimo come Presidente della Camera”, dice prima di sbarcare.

Ma chi sono i tre italo-americani che la accompagneranno? Sono Franco Paolino, Danielle Simonelli e Anthony J. Tamburri. Con le loro storie diverse, ma emblematiche. All’imbarco, Laura Boldrini incontra subito il ranger Franco Paolino. È giovane e ha un buon possesso della lingua di origine. È originario di Aversa. La accoglie così parlando italiano, con grande calore ed emozione, e l’accompagna al battello. Ad Ellis Island l’attende invece la ranger Danielle Simonelli, lei parla solo inglese, come molti altri italo-americani della sua generazione.

Emigrare negli USA ha significato spesso cancellazione della lingua di appartenenza per integrarsi. I suoi nonni/genitori dovevano diventare americani, prima di ogni cosa. Andava quindi tagliato il cordone ombelicale linguistico.

Ma l’attaccamento alle origini in Danielle Simonelli è subito palese. Racconta non solo la storia che il museo raccoglie, ma anche alcuni dettagli della sua famiglia, di quell’Italia che ha conservato dentro e riscopre come un tesoro prezioso.

Sarà un altro italo-americano, il dean dell’Istituto italo americano Calandra, Anthony J, Tamburri a svelare al Presidente della Camera dei deputati molte sfumature di una presenza italo-americana negli Usa che così fortemente affonda le radici nel passato.

È stata una visita piena di emozioni quella dello scorso venerdì. È commovente camminare su quell’isolotto, dove decine di migliaia di persone hanno poggiato i loro piedi dopo un viaggio estenuante.

Lo hanno fatto portando la propria storia, incrociando altre storie. E ancora una volta erano i passeggeri più poveri, quelli di terza classe per intenderci, ad affollare l’isola con attese, spesso lunghe, per controlli sulla salute ed identità.

I più ricchi, infatti, quasi sempre effettuavano le procedure direttamente sulla nave.

Veniva chiamata l’Isola della Speranza o Isola delle Lacrime. Infatti c’era il rischio di essere respinti. Poteva succedere anche di veder separare componenti di una famiglia. Un figlio magari poteva entrare, il padre no.

Questi i dati; 12 milioni gli immigrati, tra il 1892 il 1954, hanno messo i loro piedi ad Ellis Ilsand. L’80% passava, il 2% per centro doveva tornare al paese d’origine per vari motivi, il 18% sostava in attesa di accertamenti.

Accompagnano il presidente Boldrini poche persone. Con lei anche il Console Generale, Natalia Quintavalle ed il Console Genarale Aggiunto, Roberto Frangione.

Siamo con loro, tra pochi giornalisti. Nessun battello privato, nessuna scorta speciale. Al ritorno sul traghetto, mentre parliamo con lei, si avvicina anche una turista italiana. È stupita e la riconosce. “Si – risponde – sono io, Laura Boldrini”.

E l’ha voluta proprio fare questa visita, insieme a quella al Triangle Shirtwaist Factory Fire Memorial, dove avvenne il più grave incidente industriale della storia di New York. Causò la morte di 146 persone (123 donne e 23 uomini), per la maggior parte giovani immigrati italiani ed ebrei. Gli operai, chiusi a chiave per paura che rubassero o facessero troppe pause, non riuscirono a fuggire e salvarsi.

Il percorso che Laura Boldrini dice di voler realizzare idealmente è legato non solo alla storia dell’emigrazione, ma al ruolo che hanno avuto le donne. Ci tiene a dirlo: “La donna era una parte vitale ed attiva – dice – non era solo al seguito. Era fondamentale per l’inserimento nella società”.

Ripete più volte che i migranti sono un valore aggiunto per tutti i Paesi, e oggi lo sono per l’Italia. Nel corso del suo breve soggiorno americano incontra, non solo rappresentanti della classica emigrazione italiana, ma anche quelli della nuova. “Un orgoglio in entrambi i casi, che provoca un misto di sentimenti” ci dice. La visita ad Ellis Island è un’occasione importante per Laura Boldrini. Ascolta con attenzione sia Anthony Tamburri che la ranger. Pone domande. Sono tecniche, ma anche piene di dettagli legati ad una sensibilità quasi materna. È visibile l’emozione.

Non è cambiato niente. Nel Mediterraneo oggi succede ancora. “Ritrovo gli stessi stati d’animo – ci dice – come a Lampedusa, le paure, i rischi, il non parlare la stessa lingua e poi il desiderio di farcela, il coraggio, la disperazione a volte. Sono storie di vita, gli stessi racconti di chi ho incontrato negli anni di lavoro all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati”. Intorno a lei poche persone. Si ferma a guardare con emozione una scala. “Sono questi i gradini verso l’ingresso a New York o il ritorno nel proprio paese di origine”. Dice la guida. La scalinata ha il pavimento molto consumato. Se quelle donne e quegli uomini riuscivano a passare lo screening medico e legale, entravano in quel Paese che sarebbe cresciuto e diventato quello che è oggi, proprio grazie a loro. “Su queste energie si fondano gli Stati Uniti d’America. L’immigrazione è una risorsa”, commenta Laura Boldrini.

Al ritorno un leggera pioggia continua a sfiorare il battello, da lontano la Statua della Libertà sembra ancora guardare e vigilare. C’è un museo accanto a lei che tutti dovrebbero visitare, il cui racconto dovrebbe vivere sui libri di scuola.

Noi possiamo dire che poche autorità italiane lo hanno visitato con tanta intensità. Intensità non solo istituzionale, ma anche personale. Perchè, dietro i numeri di oggi come quelli delle statistiche sull’immigrazione, ci sono prima di tutto persone, storie, famiglie”. (aise)

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