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ROMA\ aise\ – Sarà consegnata “simbolicamente” a Papa Bergoglio, che studiò la lingua del padre all’Istituto Italiano di Cultura di Cordoba, la tessera n.1 dell’Albo degli ex Alunni dei corsi – istituzionali – di lingua italiana voluto dal Ministero degli Affari Esteri in attesa degli Stati Generali della Lingua Italiana che si terranno – questo almeno è l’auspicio – nel prossimo mese di ottobre. Ad annunciarlo il sottosegretario agli Affari Esteri, Mario Giro, questa mattina nella Sala Conferenze Internazionali della Farnesina, dove proprio Giro ha presieduto il convegno “Parliamone: l’italiano come risorsa”.

L’Albo rappresenta uno strumento per tener vivo il legame con chi nel mondo ha scelto di studiare la nostra lingua e si è poi distinto nel suo ambito professionale – dal poeta statunitense Lawrence Ferlinghetti al giornalista inglese Bill Emmott, dall’accademico giapponese Yasuo Harada al ministro degli Esteri del Montenegro Igor Luksic -. E gli attesi Stati generali della Cultura?

Be’, qui il discorso è un po’ più complesso ed è per questo, per discuterne e porre le basi delle future politiche culturali del nostro Paese, che oggi si è svolto l’incontro alla Farnesina. Presenti, da un lato, gli attori istituzionali – accanto a Giro e ad altri rappresentanti del MAE, i due sottosegretari del MIUR Marco Rossi Doria e del MiBAC Simonetta Giordani – e, dall’altro, quattro illustri testimoni del mondo della cultura italiana come Serena Dandini, Tosca, Fabio Cappelli e Dacia Maraini. Quest’ultima, come sempre, appassionata nel suo intervento, durante il quale non ha mancato di definire il taglio agli Istituti Italiani di Cultura come “un errore gravissimo che pagheremo per decenni”, una dimostrazione della “cecità” della nostra classe dirigente.

Ad aprire il confronto è stato però il sottosegretario Giro, che ha portato ai presenti i saluti del ministro Bonino, impegnata a Bruxelles al fianco del presidente Letta e convinta che lingua e cultura siano “due patrimoni, due risorse molto importanti” e che la loro promozione all’estero, seppur pressocchè sconosciuta alla maggioranza dell’opinione pubblica, sia fondamentale “per l’Italia che vuole crescere”. Specie se si considera che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo: un trend, questo, ha osservato Mario Giro, che “non conosce flessione a nessuna latitudine” e che, anzi, aumenta ad esempio negli Usa del 15/20% annui. Perchè chi decide di imparare l’italiano, ha proseguito Giro citando i 600mila stranieri, “per lo più giovani e giovanissimi” censiti da una ricerca del Ministero – poi illustrata da Stefano Zanini della Direzione Generale per la promozione del Sistema Paese -, “non lo fa a fini utilitaristici, ma per amore della nostra cultura” e di quella che Thomas Mann ha definito “la lingua degli angeli”. E “l’attrazione verso l’italian way of life”, ha assicurato Giro, è assai più grande di quanto noi italiani non siamo consapevoli. La promozione della lingua italiana – e gli IIC su cui si abbatterà ora l’ennesima mannaia dei tagli già “producono reddito per 3 milioni e mezzo l’anno con il solo insegnamento dell’italiano”, parola del sottosegretario – può rappresentare una “via d’uscita” dalla crisi ed allo stesso tempo “può contribuire ad aumentare l’influenza dell’Italia nel mondo”.

Oggi dunque, ha annunciato Mario Giro, “inizia un ambizioso progetto” che porterà, auspicabilmente nell’ottobre prossimo, ad organizzare gli Stati Generali della Lingua Italiana, durante i quali si cercherà il necessario coordinamento istituzionale per definire quelle politiche necessarie non solo a dare un’adeguata risposta alla domanda di Italia che proviene dall’estero, ma anche a far recuperare a chi in Italia vive e lavora “il senso e l’entusiasmo per la nostra lingua”. L’Italia, ha detto ancora Giro, è “una potenza culturale inconsapevole”: occorre ora “riappassionare l’Italia alla cultura e farla risvegliare dal suo torpore”.

Sulla necessità di un maggior coordinamento ha puntato il sottosegretario del MiBAC Simonetta Giordani, convinta che promuovere la lingua italiana nel mondo renda “più attrattivo” il nostro Paese nel mondo. Lo scenario in cui ci troviamo oggi, però, è “molto articolato e complesso” con “troppi attori e troppi centri decisionali” il cui lavoro manca spesso di sinergia. La “prima necessità” per Giordani è allora giungere ad una “azione unitaria” che risponda al “grande desiderio d’Italia che c’è nel mondo” da un punto di vista artistico – nel 2013 sono aumentate le visite turistiche nelle città d’arte -, delle bellezze paesaggistiche – con il boom di turismo verde -, del patrimonio enogastronomico – nel 9% dei casi al primo posto per chi scegli di visitare l’Italia – e, perchè no, dello shopping – grossa attrattiva per il mercato turistico del sud-est asiatico -. D’altronde il settore del turismo, ha evidenziato Giordani, con i suoi 161 miliardi di euro rappresenta oltre il 10% del PIL italiano. Per il rappresentante del MiBAC l’altra “parola chiave” è “innovazione”, perché “i turisti nel mondo ormai scelgono le loro mete con un click” e a questa nuova utenza occorre offrire una “accoglienza professionalizzata”.

Quanto alla promozione della lingua, si tratta di “trasmettere l’essenza del nostro Paese” in tutte le sue sfaccettature – dall’arte al cinema, dall’opera allo sport -, soprattutto in quelle “aree emergenti in cui il turismo ha più potenziale”. Giordani non ha dubbi che si possa “puntare sulla lingua italiana come prodotto turistico”, magari usando quelle “formule concentrate” per turisti che vogliano imparare in breve tempo o “pacchetti integrati” che uniscano la domanda di patrimonio culturale ed artistico alla filiera del made in Italy.

A portare il contributo del MIUR alla discussione è stato Marco Rossi Doria, che  non ha potuto non ricordare alla platea gli 830mila bambini e ragazzi che ogni giorno nelle nostre scuole imparano non solo la lingua del Paese in cui stanno crescendo, ma anche “il sapere dell’umanità”, per poi farsene portatori in casa e nei loro Paesi d’origine. Così come Rossi Doria non ha potuto non menzionare quel sistema delle scuola italiane all’estero “trattato un po’ male negli ultimi tempi”, ma che pure “resta un sistema articolato di pubblico e privato fortemente connesso agli IIC e alle altre strutture di apprendimento” dell’italiano nel mondo. Un sistema che “potrebbe essere potenziato” e che invece è stato soggetto a tagli che hanno portato alla chiusira delle sezioni di italiano in molti istituti in cui, in vari Paesi esteri, è previsto l’insegnamento delle lingue straniere. Invitando a “fare ammenda” per gli ,“errori del passato”, Rossi Doria ha dunque affermato che “senza retoriche inutili, la lingua italiana ha una dimensione di promessa” alla quale non si può rinunciare e che va rilanciata. Ecco le linee guida del MIUR: coordinare meglio gli attori già esistenti, senza dover ripartire da zero ed in modo da ottimizzare le risorse; considerare i ragazzi stranieri nelle scuole italiane “messaggeri portatori della nostra lingua” e “dare maggior forza a questa evidenza”; affrontare infine la questione della fuga dei cervelli, ovvero di quella “elite” – preferisce definirla così Rossi Doria – che la cui formazione noi abbiamo investito e che ora stiamo perdendo. Su quest’ultimo punto il sottosegretario ha invitato ad una “rigorosa riflessione nazionale” affinchè possano rientrare o, quando restino all’estero, possano diventare “diffusori di sapere e conoscenze di altissimo profilo che parlano italiano”. Una riflessione che per Rossi Doria si allarga a più ampie “scelte di natura pubblica”.

Si è conclusa così la parte “istituzionale” del convegno odierno che ha lasciato poi spazio alle esperienze concrete di chi dal mondo della cultura e dello spettacolo proviene e testimonia e rinnova il “protagonismo” dell’Italia nel mondo.

Prima fra tutti l’autrice e conduttrice Serena Dandini, reduce dal successo in Italia e all’estero del suo spettacolo “Ferite a morte”, divenuto un vero e proprio “fenomeno”, come lo ha definito il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi, che ha moderato il dibattito. “Una tostissima disanima del fenomeno della violenza sulle donne del femminicidio”, ha detto Serena Dandini parlando del suo spettacolo che è stato presentato persino nella sede della World Bank di Washington, di fronte ad un pubblico davvero internazionale che però con lei si è sforzato di parlare in italiano. “La fame di essere italiani”, il tentativo di “prendere un pezzo della nostra cultura mi ha stupefatto””, ha raccontato, puntando il dito colntro chi, in Patria, è troppo autocritico o, al contrario, troppo “snob” per riconoscere ed apprezzare un patrimonio che all’estero ha invece un grande fascino. E allora, ha domandato Serena Dandini apostrofando Dostoyevsky, “chi salverà la bellezza che ci dovrebbe salvare?”, quando, ha spiegato, si distrugge il territorio creando mostri, come l’Ilva di Taranto, che dispensano morte invece di valorizzare le risorse di cui quello stesso territorio è ricco e che ricchezza potrebbero a loro volta portare alla popolazione. E quando si tagliano i fondi degli Istituti Italiani di Cultura, che al contrario, ha suggerito Serena Dandini giocando con le parole con l’arguzia che la contraddistingue, potrebbero diventare gli Eataly della cultura, ovvero templi dove vendere l’eccellenza del made in Italy nel campo però dell’arte, della letteratura, del cinema, invece che dell’enogastronomia. Insomma, ha concluso, “il Rinascimento è un format italiano. Ripartiamo da lì”.

Un po’ come ha fatto Tosca, attrice e cantante che ha scelto di andare alla ricerca delle radici popolari della musica per ritrovare anche un po’ se stessa. E che, in tal modo, ha iniziato a collaborare con grandi autori stranieri, disposti a donarle le loro melodie a patto che siano cantate in italiano. Perchè la nostra lingua, le dissero durante una tournee a Gerusalemme, “canta”.

Dal mondo della musica, che, tutto, – si tratti di lirica ed operistica o di liuteria – parla italiano è partita anche la riflessione di Fabio Cappelli, capo redattore Cultura di RaiNews24 e già inviato Rai a Parigi, che, senza nulla togliere al made in Italy enogastronomico, ha rivendicato: “Verdi e Puccini sono ancora formidabili testimonial” della lingua e della cultura italiana. L’Italia, ha proseguito Cappelli, “è una potenza culturale” ed ha questo dato di fatto è strettamente legata la richiesta di lingua italiana all’estero eppure la spesa destinata a questo investimento è ridicola se paragonata ai 600 milioni di euro l’anno che la Francia destina alla propria politica “aggressiva” in difesa della francofonia.

Eppure, ha condiviso Dacia Maraini, la nostra è “una bellissima lingua” nei confronti della quale dovremmo nutrire “un po’ più di orgoglio”, senza cedere a quel “servilismo linguistico” che porta molti, troppi, “ad infarcire l’italiano di termini stranieri”, rendendoci poi “prede della potenza del mercato americano” anche dal punto di vista culturale. Come nel caso della letteratura in lingua inglese, ormai preponderante su quella italiana ed europea, che pure “ci appartiene e ci è vicina”. Per parodosso proprio dalle Università americane arrivano alcuni studi sulla letteratura italiana che invece qui è pressocchè ignorata, se non sconosciuta, come quelli sulla poetessa del ‘500 Veronica Franco.

Dacia Maraini, tra le scrittrici italiane più famose all’estero e che all’estero coglie ovunque frammenti e desiderio di italianità, ha aperto il suo intervento con una riflessione sul concetto di identità, un tempo legato a “sangue e territorio”, ma oggi soggetto ad un profondo cambiamento legato più a “lingua e cultura”: “sono italiano perchè parlo, penso in italiano”. D’altra parte noi stessi, come popolo, stiamo cambiando, ha rilevato Maraini: da Paese di emigrazione siamo divenuti Paese di immigrazione per tornare oggi ad essere emigranti noi, ma “eccellenti” e sempre “attenti ed informati” su ciò che accade in Italia. Insomma, il nostro è un “popolo nomade, pronto all’emigrazione”, che Maraini ha invitato a considerare non nella sola accezione negativa: “l’emigrazione è anche un modo di diffondere la nosytra cultura all’estero”. La letteratura, ma anche la musica, che è molto amata, anche tra i giovani, nel sud-est asiatico e in estremo oriente; “e poi la pittura, la scultura, le nostre città, il nostro passato”. Che senso ha, si è chiesta dunque Dacia Maraini, tagliare le risorse destinate agli Istituti Italiani di Cultura se non addirittura chiuderli? Si tratta per la scrittrice di una “errore gravissimo per pagheremo per decenni”, perchè “è lì che si forma l’amore per la nostra cultura ed identità”. Le recenti scelte istituzionali, ha dunque chiosato Dacia Maraini, dimostrano una “cecità” politica che rischia di portarci tra i Paesi del Terzo Mondo. “Lo sviluppo non si fa con l’industrializzazione”, perché l’Italia non è in grado di reggere la concorrenza dei colossi come la Cina: la si fa investendo nella cultura, come pure nella ricerca e nella scuola, ha incalzato Maraini, “con l’eccellenza, la cultura di cui siamo ricchi” e che ci distingue nel mondo. “Stiamo perdendo le nostre elite, è vero, ma così partecipiamo alla creazione di una identità diffusa e alla nascita di tante Italie nel mondo. Non lasciamole sole”, ha concluso. Non chiudiamo gli IIC. (raffaella aronica\aise)

 

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