Hanno ragione Paolo Guzzanti e Pasquale Chessa che  a “In Onda” , ieri sera, hanno sostenuto  che l’unica è prorogare Napolitano, il solo politico ritenuto affidabile e che cerca, disperatamente di mettere insieme i pezzi di un’Italia che insieme non sta più.

Avrà anche commesso errori e sviste, ma nel complesso è stato un grande presidente Napolitano, forse l’unico ad aver capito che se siamo a questo punto non è solo per colpa della politica: anzi, è proprio la mancanza di politica a impedirci di trovare il bandolo della matassa.

E a capito ancora, che a svuotare la politica sono stati, oltre alle furberie dei partiti, anche le colpevoli ingenuità degli elettori, che nella loro furia iconoclasta hanno voluto imboccare le nuove scorciatoie grilline, senza chiedersi dove avrebbero portato (per non dire di quelli che hanno voluto credere ancora alle vecchie promesse berlusconiane).

E’ “lo spettro di Weimar” la situazione che ad ogni costo e molto tenacemente, dalla nomina di Monti in poi Napolitano ha cercato di evitare, il ravvicinato ricorso alle urne che segnò la fine della democrazia in Germania e aprì le strada alla dittatura nazista.

Per questo si ritira mesto, per non essere riuscito a varare un governo, uno purchessia, ma capace di avere la maggioranza anche in Senato.

Il problema, suo malgrado, lo lascia in dote al successore  per non costringerlo a sciogliere subito le Camere.

Questo è il punto fermo, con ricette che si inseguono proposte dai vari  esperti in ‘affari’ costituzionali e quirinalizi. Governo del presidente, o di coalizione, o di grande coalizione. E, a seconda, leadership a caratura politica o tecnica. Un programma snello ma efficace. Poi nel 2014, altra previsione ferma e condivisa, si rivota.

Per cui, ci dicono in molti, il mandato esplorativo a Bersani e la nomina dei dieci saggi è stato solo un modo per prendere tempo e dato e il carisma ancora intatto di Napolitano, che si erge a supremo reggitore dello Stato, l’impresa forse riuscirà. Visco e Amato, sono ottimi nomi per un governo del presidente. Il Capo dello Stato non vuole mandare nessuno contro un muro perché non vuole Weimar”.

Avvocato liberale, poeta, professore ordinario di biochimica,  apostrofato nel tempo in vario modo, (il secco, il comunista, il fascista, il garante di Craxi, re Giorgio e  l’inventore dei saggi) ha passato anni a svincolarsi tra i palchi della politica, restandosene defilato, ma capace anche di presentarsi davanti ad Henry Kissinger come “a former communist”, con un  dna rosso che è stato da sempre la sua arma e la sua condanna.

Era il 10 maggio del 2006 quando Napolitano fu eletto, undicesimo presidente, primo “ex” comunista, terzo napoletano dopo De Nicola e Leone. Bastarono 543 voti.

Da lì in poi, anche se cercherà sempre di essere un classico e defilato presidente, l’operazione non gli riuscirà a causa della storia.

Con l’aumento della crisi economica si ritroverà al centro di una anomala Italia presidenziale. Talmente strana che “il Sicco”, il migliorista, diventerà Re Giorgio. Re perché ha cacciato Silvio Berlusconi piazzandoci il tecnico Monti. Ed anche prima di questa, le difficoltà non mancano, con il primo incarico al secondo Prodi, governo che poi durò solo due anni. Provò (invano) dopo il naufragio del centrosinistra a riformare il porcellum con l’allora presidente del Senato Franco Marini. Nulla da fare. Toccò a Silvio Berlusconi il ruolo di premier.

Poi alcuni anni che scorsero “tranquilli” , solo una legge alle Camere, nel marzo 2010. Talmente tranquilli da esser additato anche per questo, dato che molte leggi rivelatesi incostituzionali, come il lodo Alfano, potevano esser fermate ex ante. Alzerà la testa sulle intercettazioni di Palermo e sul secondo Lodo Alfano. Oppure nel caso di Eluana Englaro, per un provvedimento considerato anche questo  incostituzionale.

Invece negli ultimi due anni è un “turbinio” di evoluzioni. I 10 saggi (parola p mai usata da lui) e il governo “tecnico” per esempio. La Costituzione non li vieta e lui è uscito dall’empasse plasmandoli. Senza mollare la presa come avevano avanzato invece le prime pagine dei quotidiani. In sella “fino all’ultimo giorno”.

Comunque andranno le cose, credo che potrà essere ricordato con la dedica che gli fece il suo amico Curzio Malaparte quando in gioventù gli regalò una prima edizione del suo libro Kaputt: “A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse”, riferendosi alle devastazioni della loro amata Napoli.

Come ha detto Luca Telese, sempre da La7, il Quirinale è da sempre la chiave di volta della scena politica e l’elezione certamente influenzerà la scelta del destinatario dell’incarico di governo.

Proprio per questo e perché per una volta ha ragione Nicola Porro che dice che  ancora non ci si è messi d’accordo sulla presidenza della repubblica e ciò aggrava l’impasse che stiamo vivendo, mentre la sinistra si arrovella sul nome da proporre, il M5S ha i suoi dieci nomi non a sorpresa e il centro destra, per ora tace, meglio puntare ancora sul un vecchio saggio che già in gioventù sapeva evitare la catastrofe.

Sua madre contessa di Napoli (titolo che da buon comunista ha sempre accuratamente nascosto come Berlinguer faceva con il suo titolo di marchese ) era una delle dame di compagnia della regina Maria Josè,  che a volte, esasperata dalla folla di amanti del Re, gli piazzava rappresaglie gigantesche e se ne andava (notoriamente innamorandosi forse una sola volta: di Indro Montanelli che da grandissimo signore si è sempre rifiutato anche solo di discutere l’argomento ) In una di queste prolungatissime assenze la dama di compagnia di Maria Josè lo divenne anche del Re, al punto che ne nacque un figlio che la voce popolare vuole essere proprio lui: Giorgio Napolitano.

Naturalmente questa è solo umana diceria ma palesemente, come capita per le maldicenze popolari, fa capire quanto amato è un personaggio signorile ma che sa capire le angosce dei diseredati.

Ad eleggere il successore di Napolitano saranno i deputati e senatori eletti nella prossima tornata elettorale. Il Presidente è eletto dal Parlamento in seduta comune. Più tre delegati per ogni regione (tranne la Valle d’Aosta che ne designa solo uno). Ai fini della buona riuscita delle trattative per l’individuazione del designato saranno necessari punti di contatti tra le coalizioni.

L’elezione del Presidente della Repubblica si svolge a scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dei componenti nei primi tre scrutini e a maggioranza assoluta dal quarto in poi.

E data l’aria che si respira, sono sempre più quelli che si augurano per il Presidente uscente, che ha giugno farà 88 anni, un altro settennato.

 

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