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LOS ANGELES\ aise\ – “Alla vigilia di un evento che avrebbe cambiato le pagine della storia, Rocco Petrone non tradiva emozioni: per gli amici della Nasa era il “computer con un’anima” e lui, silenziosamente, ne andava fiero. In Rocco Petrone coabitavano inflessibile tenacia, una memoria prodigiosa e un approccio umano verso le grandi imprese dei suoi amici cosmonauti, tutte doti che lo avrebbero portato ai massimi vertici della grandiosa avventura Apollo. E in un caldo giorno di luglio del 1969, le sue doti sarebbero servite tutte, per trasportare a destinazione i primi umani sulla Luna. Era nato il 31 marzo del 1926 ad Amsterdam, vicino a New York, il direttore di lancio del programma Apollo. E non fu solo un semplice comprimario di quei giorni gloriosi dell’era spaziale”. Così scrive Generoso D’Agnese su “L’Italo-Americano” diretto a Los Angeles da Simone Schiavinato.
“Petrone rappresenta ancora oggi uno dei “massimi” protagonisti di una disciplina, la cosmonautica, capace di esaltare il progresso umano nelle più ardue sfide con l’Universo.
Figlio terzogenito di un carabiniere nato a Sasso di Castalda (Potenza) emigrato negli Stati Uniti e impiegato nel settore dei trasporti, Rocco conobbe in realtà pochissimo suo padre, che morì quando lui ebbe soli sei anni. Fu il cugino, arrivato all’incarico di docente universitario a soli 30 anni, e che aveva conosciuto quanto lui i patimenti della fame, a intuirne le enormi potenzialità per la matematica e indirizzarlo agli studi tecnici.
Sarebbe stata la scelta giusta. Diplomatosi con ottimi voti, Petrone partecipò, grazie a una rinuncia, al concorso per entrare nella prestigiosa accademia militare di West Point vincendo, nonostante il grave handicap delle origini italiane (siamo nel 1943, in piena guerra mondiale), la durissima selezione. Motivato da un orgoglio familiare che vedeva in lui la rivincita della prima generazione in America acquistò così una nuova identità, vestendo la divisa nonostante la sua innata avversione per il militarismo.
Dopo il servizio militare in Germania, Petrone si iscrisse al Mit di Boston, per tentare la strada della ricerca spaziale.
Affascinato dalle tecnologie aeree e dai missili ma contrario agli impegni militari, Petrone afferrò al volo l’opportunità di poter lavorare su obiettivi spaziali e in due anni prese la laurea in ingegneria meccanica per poter far parte del progetto “Redstone” e della squadra di Von Braun e Debus, scienziati tedeschi riconvertiti alla cosmologia.
“Furono anni indimenticabili. Eravamo tutti amici e tutti convinti che mai e poi mai un missile avrebbe potuto portare l’uomo sulla Luna, io per primo” avrebbe commentato in seguito l’italiano.
Divenuto maggiore, fu assegnato allo Stato Maggiore a Washington per essere assegnato dal presidente John Kennedy al progetto lunare. Per portare un americano sulla Luna entro il 1969, nella squadra di “menti” c’era bisogno di Petrone!
L’ingegnere iniziò la carriera Nasa nel 1960 lavorando al progetto Saturn presso il Kennedy Space Center. Progettò le rampe di lancio, mise in orbita satelliti e astronavi per migliaia di tonnellate, dirigendo il lancio di tutti i Saturno e gli Apollo e guadagnandosi la fama di duro. Tutti gli anziani tecnici della Nasa lo avrebbero ricordato intento a interrogare, uno per uno i suoi 150 tecnici addetti alle manovre, con domande formulate con meticolosa precisione cui bisognava rispondere con altrettante risposte o con il completo riesame del problema.
“Lo chiamavano ‘Tigre’ per i suoi interrogatori – ricorda Tony Reichardt di Air&Space Magazine – ma erano indispensabili. La lista delle operazioni che bisognava eseguire sul solo Modulo lunare per essere sicuri che tutto funzionasse a dovere, era grande quanto il libro della Bibbia e ogni riga di questo libro significava una giornata di lavoro. Non potevano esserci distrazioni, pena il tragico fallimento dell’intera missione”.
Un fallimento che Petrone aveva toccato in prima persona durante il lancio di Apollo 1, quando nel 1967 vide bruciare sul proprio schermo a circuito chiuso gli astronauti Grisson, White e Chaffee, che pagarono il prezzo di una incredibile leggerezza tecnica. Da allora il “Tigre” non permise più alcuna presunzione da parte di ogni singola pedina del programma.
Il 20 luglio del 1969 tutto andò bene: Armstrong toccò per primo la superficie del satellite, regalando all’umanità una frase storica: “E’ solo un piccolo passo per un uomo ma un gradne passo per l’umanità”.
Il successo portò al colonnello di Sasso di Castalda la promozione a direttore del programma Apollo (prese il posto del leggendario Samuel Philips).
Nel 1972, fu nominato codirettore Nasa del programma congiunto Apollo-Soyuz Test Project. Un anno dopo l’italoamericano si trasferì in Alabama per assumere l’incarico di direttore del Marshall Space Flight Center. Nel 1974 tornò di nuovo a Washington, per assumere l’incarico di amministratore associato della Nasa. L’anno seguente terminò infine la sua carriera tecnica per divenire presidente e amministratore del “National Center for Resource Recovery”. Petrone fu in seguito presidente della divisione vettori spaziali della Rockwell Inc., partecipando da osservatore ai lanci degli Shuttle Columbia e Challenger.
A soli cinquanta anni Petrone lasciò la sua amatissima Nasa per seguire altri incarichi e rifugiare la propria vita privata in una villa a Palos Verdes Estates, in California, dove poi morirà il 24 agosto 2006.
Sposatosi con Ruth e padre di Theresa, Kathryn, Michael e Nancy, il “Tigre” di Cape Canaveral ha sempre difeso tenacemente la sua privacy, ricordando con orgoglio gli anni pionieristici della conquista dello Spazio e con malinconia i suoi viaggi in Italia.
“L’ultimo tratto del mio primo viaggio in Italia – avrebbe ricordato in una intervista – lo dovetti fare in un taxi azionato a manovella. Quando arrivai a casa di mia nonna rimasi interdetto dalla sua indifferenza e scoprimmo insieme che la lettera spedita due mesi prima per farmi riconoscere e presentarmi, arrivava con lo stesso taxi che aveva trasportato me. Da allora non riuscì mai più a dimenticare di essere figlio dell’Italia, nonostante non abbia mai frequentato associazioni e comunità italiane negli Stati Uniti”.
MISSIONI E CONQUISTA DELLA LUNA
Sarà Apollo 7 a inaugurare la grande corsa per la conquista della Luna. Siamo nel 1968 e alle spalle vi sono numerosi tentativi, tra i quali il tragico volo dell’Apollo 1 con l’atroce fine del suo equipaggio.
Il 10 ottobre del 1968 per la prima volta una capsula Apollo riesce ad immettersi in orbita terrestre permettendo agli astronauti Schirra, Eisele e Cunningham manovre di separazione e agganciamento dei moduli lunari.
Due mesi dopo Boorman, Lovell e Anders (Apollo 8) saranno i primi tre uomini a vedere la faccia nascosta della Luna.
Nei primi giorni di marzo del 1969 Apollo 9 (Scott, McDivitt, Schweckart) compì diligentemente la propria missione e altrettanto fecero Stafford, Cernan e Young di Apollo 10 che si avvicinarono a 8 km dalla superficie lunare sorvolando i luoghi scelti per l’allunaggio.
“Houston qui base della Tranquillità, l’Aquila è atterrata”. Queste parole pronunciate dal primo uomo sulla Luna, Neil Amstrong, annunciarono, il 20 luglio 1969, uno degli eventi più importanti della storia dell’umanità. Il modulo lunare statunitense Eagle si posò sulla superficie della Luna in un’area chiamata Mare della Tranquillità, vicino all’equatore lunare.
Dopo 2 ore e 31 minuti sulla superficie lunare, Neil A. Armstrong e Edwin E. “Buzz” Aldrin si reimbarcarono sul modulo lunare guidato da Michael Collins, per ritornare sulla Terra.
Apollo 12 (Conrad, Gordon e Bean) regalò il bis allunando il 19 novembre. Conrad e Bean passeggiarono nell’Oceano delle Tempeste e dopo 31 ore di permanenza i due astronauti abbandonarono il suolo lunare.
Milioni di persone rimasero invece con il fiato sospeso durante la missione Apollo 13 che nonostante tutte le difficoltà rientrò sulla Terra il 17 aprile.
Apollo 14 nel gennaio 1971 (Shepard, Mitchell e Roosa) passò il testimone ad Apollo 15 (Scott, Irwin e Worden) che sbarcò il primo mezzo a quattro ruote su un corpo celeste diverso dalla Terra: il Moon Rover.
Nell’aprile 1972 Apollo 16 (Mattingly, Young e Duke) si posò nella Piana di Cartesio e nel corso della missione fu allestito il primo osservatorio astronomico su un altro corpo celeste.
Il 7 dicembre 1974 terminò il programma Apollo.
L’equipaggio dell’Apollo 17 (Cernan, Evans e Schmitt) stabili il record della più lunga permanenza nello spazio per arrivare al nostro satellite (oltre dodici giorni), il percorso più lungo coperto a bordo dell’auto lunare (40 km) e il maggior carico di strumenti scientifici mai portato sulla Luna”. (aise) 

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