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ROMA – È stata presentata  a Roma, presso la sede dell’associazione Leusso, la ricerca “Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo” che costituisce il nuovo numero della rivista “Affari sociali internazionali” – nuova serie, curata dal Centro studi e ricerche Idos e realizzata in collaborazione con il Circolo di Studi diplomatici. L’analisi incrocia l’approfondimento delle condizioni politiche e sociali dei Paesi dell’area del Mediterraneo, e che costituiscono la base per comprendere portata e caratteristiche dei flussi migratori, con quello relativo all’emigrazione italiana nel bacino – in particolare in Tunisia, Marocco, Albania, Libia, Egitto e Algeria, – in un quadro di insieme che consente di sottolineare in primo luogo la relazione tra migrazioni e sviluppo – non solo nel senso economico del termine. Un nesso che guida l’azione della Cooperazione italiana, tratteggiata nella parte conclusiva del volume, e portata anche all’attenzione dell’Unione Europea nel corso del suo recente semestre di presidenza. Proprio la Direzione generale della Cooperazione allo sviluppo del Maeci ha sostenuto la pubblicazione, cui hanno collaborato i diplomatici italiani, che analizzano situazioni politiche conosciute in profondità grazie alla loro esperienza diretta, e gli studiosi di Idos, che da anni approfondiscono tematiche migratorie con il Dossier immigrazione e indagini sui diversi aspetti della questione.

A coordinare gli interventi di presentazione Franco Pittau del Centro studi e ricerche Idos che sottolinea come l’immigrazione vada considerata oggi una risorsa anche per le potenzialità di dialogo con gli altri e rileva come l’esperienza dell’emigrazione italiana, spesso dimenticata, sia invece preziosa anche per l’analisi e l’interazione con i nuovi flussi. Il presidente dell’associazione Leusso, Benedetto Coccia, nella sua riflessione introduttiva, segnala come “oggi si parli molto di Mediterraneo, ma spesso a sproposito” e come “qualcuno vorrebbe che esso si trasformasse in un muro d’acqua”, mentre il volume ci riporta ad una prospettiva che ribadisce i legami da lungo tempo presenti tra l’Italia e questi Paesi – legami intessuti proprio grazie all’emigrazione italiana registrata soprattutto tra Otto e Novecento e oggi rinnovati dall’immigrazione in Italia delle popolazioni di quella regione – e che evidenzia in particolare il nesso tra migrazioni e sviluppo, “legame opportuno – rileva, – ma che spesso non viene considerato”. Coccia evidenzia infatti come sia miope valutare i flussi migratori solo in base all’ottica della “sicurezza” e considerarli una dinamica emergenziale, “quando un’analisi della situazione geopolitica ci ricorda che così non è”. Il volume consente quindi di delineare per l’Italia un ruolo da protagonista nell’area mediterranea, aprendo – per gli uni e per gli altri – nuove prospettive di sviluppo. “Il mio augurio è che il Mediterraneo torni ad essere terra di incontro, non solo di culture e di economie, ma anche di religioni – afferma Coccia, – che torni ad essere – aggiunge – un luogo di pace e di costruzione civile insieme”.

Il direttore generale della Cooperazione allo sviluppo del Maeci, Giampaolo Cantini, segnala come oggi più che mai, a fronte del prevalere del dato emozionale, più esposto alle strumentalizzazioni, sia necessario “mantenere ferme la categorizzazioni” con cui si sono analizzati i flussi migratori: “la mobilità è una costante degli anni dal secondo dopoguerra in poi, non è unidirezionale e riguarda in prevalenza il sud del mondo – afferma, rilevando come sia caratteristica peculiare delle economie dei Paesi cosiddetti “emergenti” la disomogeneità di sviluppo e ricchezza, disomogeneità che determina lo spostamento delle persone. Tale spostamento, che può essere “più o meno volontario” è anche determinato da fenomeni come i contesti ambientali, in taluni casi stravolti dai cambiamenti climatici o da guerre, come – per tornare alla più stretta attualità europea – il conflitto siriano. Anche in questo caso, Cantini ricorda come, prima dell’Europa, l’emergenza abbia interessato e interessi le aree immediatamente circostanti – con numeri di rifugiati e accolti in campi profughi che raggiunge anche un quarto della popolazione in Paesi come il Libano. E come le devastazioni della guerra abbiamo provocato oltre 200 mila morti tra i civili, e circa 13 milioni di persone – più della metà della popolazione siriana – colpite dal deterioramento delle condizioni di vita – malnutrizione, precarie condizioni sanitarie etc. Nella complessità dei fenomeni, il flusso di migranti “economici”, “climatici”, rifugiati e richiedenti asilo e i differenti problemi che ne determinano la mobilità non vanno confusi, secondo il direttore generale, che rileva come merito del volume sia “il prevalere di un’ottica per cui i flussi sono connaturati con l’evoluzione delle condizioni sociali e sono essi stessi condizioni dello sviluppo”. Un riconoscimento che egli tiene a sottolineare sia stato inserito anche nell’agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e che guida l’azione della Cooperazione italiana. Uno sviluppo “circolare” – rileva Cantini, evidenziando come ad esempio il “know how di impresa di cui i migranti sono portatori possa essere trasferito anche alle comunità di origine”, richiamando alcuni progetti realizzati dalla cooperazione proprio su questo fronte. La cooperazione italiana è chiamata ad agire su prospettive di breve e lungo termine, così come è emerso nel corso del summit sulle migrazioni svoltosi a La Valletta tra leader europei e africani: tra le misure che il vertice si propone di implementare il direttore generale richiama quelle di contrasto al traffico di esseri umani o all’agevolazione dei rimpatri, ma anche le iniziative volte alla formazione come le borse di studio per studenti africani, oppure i progetti messi in campo per contrastare sottosviluppo e degrado ambientale. Importante poi il valore delle rimesse che gli immigrati destinano ai loro Paesi di origine: Cantini parla di 430 miliardi di dollari di rimesse l’anno a fronte di 120 miliardi di dollari di fondi mediamente destinati all’aiuto allo sviluppo e ricorda come l’Italia sia capofila per la riduzione dei costi di trasferimento.

Il presidente del Circolo di Studi diplomatici, Roberto Nigido, segnala come le migrazioni siano un fatto naturale ma anche determinato da precisi fatti storici: “per l’Italia, fu la sua Unità a dare il via all’esodo di milioni di persone, circa un terzo della sua popolazione nel periodo dell’emigrazione di massa – ricorda, rilevando come Paesi come l’Argentina arrivarono ad accogliere sino a 300 mila italiani l’anno. Tornando invece ai flussi attuali del Mediterraneo, Nigido rileva tra le cause vi sia l’instabilità politica legata ad “interessi e disegni politici in gioco, che fanno capo ad alcuni Paesi della regione, come Iran e Arabia Saudita, che si battono per il predominio del mondo islamico e che hanno intrapreso azioni che hanno finito per rivoltarglisi contro” ed avere effetti devastanti anche in Occidente, azioni che “ora richiedono una pacificazione” da raggiungere attraverso la mediazione e il coinvolgimento di “chi ha influenza in quell’area, Russia e Stati Uniti in primis”. Nell’area africana, all’instabilità politica si affiancano problemi di sottosviluppo e cattiva gestione delle ricchezze del continente: “la cooperazione può fare tanto, ma non tutto – dice Nigido a questo proposito; – tocca agli africani la spinta al cambiamento”. Il presidente dell’Idos, Ugo Melchionda, segnala come le nuove dinamiche che caratterizzano l’area mediterranea e gli episodi di terrorismo in particolare non possano essere riportate in alcun modo a paradigmi europei o a elementi di prevedibilità e razionalità, e ribadisce la necessità di elaborare una nuova mappa di comprensione e gestione concreta dei flussi migratori, pur non sottovalutando le differenziazioni già richiamate da Cantini. Propone poi l’articolazione di un “piano Marshall per il Mediterraneo” che preveda il rafforzamento dell’interdipendenza economica tra area mediterranea ed europea, una più stretta integrazione della prima e la promozione di esperienze come quelle dei cluster euro-mediterranei, ossia far leva sugli imprenditori immigrati quali soggetti promotori di sviluppo per i loro Paesi di origine e allo stesso tempo di internazionalizzazione anche per il made in Italy.

Ripercorre la storia della rivista, prima curata dal Ministero degli Affari Esteri e oggi dall’Idos, l’ambasciatore Adriano Benedetti, che segnala come il volume presenti da un lato “l’aspetto magmatico delle realtà di quei Paesi da cui originano i flussi migratori e la contrastante descrizione delle collettività immigrate in Italia, elaborata anche grazie al richiamo opportuno della nostra emigrazione all’estero, che si presentano come fortemente integrate e dotate di caratteristiche imprenditoriali non marginali”. L’integrazione non esclude però – rileva Benedetti – i saldi legami con i Paesi di origine testimoniati dalle rimesse e dal contributo imprenditoriale ai progetti di cooperazione. Un “circuito positivo” che rappresenta un “modello”, seppur minoritario, per le dinamiche migratorie, perché innesca un processo di “co-sviluppo che abbraccia entrambi i lati del Mediterraneo”. Per Benedetti, inoltre, gli attentati di Parigi “ci indicano come stiamo entrando in un’epoca completamente diversa da quella sino ad ora conosciuta, un’epoca di cui non sappiamo identificare i connotati né lo sbocco”. “È possibile che da ora in poi le migrazioni non saranno più trattate come lo sono state negli ultimi decenni, ma subiranno l’impatto di questa situazione straordinaria. Per questo – conclude l’ambasciatore – il lavoro dell’Idos sarà ancora più importante di quello sino a qui svolto, proprio perché le minacce alla nostra capacità di accoglienza saranno ancora maggiori di quelle conosciute sino ad oggi”.

Si sofferma su una pagina poco conosciuta della nostra emigrazione, quella in Tunisia – Paese in cui prima della seconda guerra mondiale la comunità italiana arrivò a contare circa 170mila unità – una discendente di quella realtà, Valeria Rey, che ne ha tratteggiato le caratteristiche in uno dei contributi del volume. Si ricostruisce in questo modo un percorso di integrazione che superò anche le vicissitudini più strettamente legate al contesto politico, un percorso culturale di convivenza e rispetto reciproco che può rappresentare ancora oggi un modello per superare la paura della diversità. Della sua esperienza di tunisino immigrato in Italia parla invece Mohsen Hmidi, che sottolinea, a proposito degli attentati di Parigi, la condanna della comunità musulmana nei confronti di “un’ideologia creata unicamente per scopi politici” e che nulla ha a che fare con la religione islamica.

Nel tracciare le conclusioni, Nigido richiama la necessità di “gestire e affrontare le trasformazioni determinate dei flussi migratori”, gestione sulla quale il volume fornisce alcune indicazioni e che richiede “intelligenza, il rispetto della tradizioni e delle lingue e il rispetto delle leggi del Paese di accoglienza”, mentre Melchionda avverte i pericoli che potrebbero derivare da un isolamento e una diffidenza crescente nei confronti della comunità musulmana presente in Europa a seguito della paura generata dai fatti di Parigi. Sollecita inoltre il passaggio da un paradigma di integrazione ad una logica di “co-integrazione” in cui ciascuno di noi si senta chiamato a fare qualcosa per generare il vivere civile delle nostra società complesse. (Viviana Pansa – Inform

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