ROMA\ aise\ – È ora di “rivalutare la storia della nostra emigrazione, non solo in senso nostalgico, ma come fonte di ispirazione e di politiche, perché essa è fatta di esperienze ricche da cui trarre stimoli importanti per la nostra società, la nostra cultura, la nostra politica”. Così il sottosegretario agli esteri Mario Giro che oggi è intervenuto alla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. Strumento indispensabile che censisce ogni anno i connazionali all’estero, il Rapporto di quest’anno racconta di 94 mila nuovi migranti nel 2013, di 4.482.115 di iscritti all’Aire, del Consolato di Londra diventato primo per numero di assistiti, superando Buenos Aires e Charleroi.

Dati che, oggi più che mai, dimostrano quanto l’emigrazione sia un “tema di grande attualità” che da sempre permea la storia d’Italia.

Da quando gli è stata affidata la delega agli italiani nel mondo, aggiunge il sottosegretario, “ho appreso storie incredibili”, come quella dei pompieri peruviani, che usano il sistema creato dai genovesi durante la guerra contro il Cile e che ogni anno a Santa Barbara suonano l’Inno Italiano prima di quello nazionale.

Tante storie, di successo o meno, quante te ne aspetti da un Paese che ha la seconda diaspora mondiale – siamo secondi solo alla Cina, spiega Giro, sottolineando che dal computo sono esclusi i Paesi coloniali; un popolo che continua ad emigrare, ovunque: i 94mila che hanno lasciato l’Italia l’anno scorso hanno raggiunto 186 paesi diversi.

Quanto al cosa significa essere italiani all’estero, Giro ha citato Piero Bassetti che “nel passato parlava di italicità, cioè del rimanere italiani anche quando si perde la lingua”.

Grave l’assenza dei Governi che si sono succeduti fino a noi: “a parte il voto all’estero – osserva il sottosegretario – non c’è mai stata una politica reale sulle comunità italiane all’estero; al contrario, c’è stata una rimozione di massa, un silenzio, una sorta delusione reciproca” che però “non è mai diventata ripudio”.

“Non è una questione di colpe”, annota Giro, ma “il risultato di una indifferenza, di una distanza non colmata, e ora ritrovarsi è più difficile, anche se rimaniamo uguali”.

Il primo passo del riavvicinamento rimane la reciproca conoscenza, ma stavolta “senza nostalgia”.

L’Italia “deve darsi una politica per i connazionali all’estero; il voto non basta, occorre creare constituency nel popolo italiano” ma anche nelle istituzioni che non possono considerare questi cittadini “un po’ una grana”, gente che “affolla i consolati” e basta.

Insomma, “non c’è sensibilità” e in questi anni “gli eletti all’estero non hanno cambiato questa situazione”. Quanto al Museo dell’emigrazione “oggi rischia la chiusura”. Nessuno, insomma, fa conoscere una storia d’emigrazione che “è stata un successo: economico, sociale, di integrazione. Non c’è Paese che si lamenti della presenza degli italiani sul suo territorio”, connazionali che “si sono integrati, ma che sono rimasti italiani. E questa cosa va detta”.

Sembra, osserva il sottosegretario, che “da un lato ci sia chi si sente in colpa perchè li ha lasciati partire e dall’altro c’è chi si lamenta di essere stata abbandonato, con la tendenza un po’ piagnona che accomuna tutti gli italiani, dovunque siano”.

Questo, argomenta Giro, emerge da quanto accade oggi in Italia: “siamo testimoni di com’è difficile il percorso di integrazione e quindi possiamo dedurre che l’integrazione degli italiani all’estero è andata benissimo, nessuno ha lamentato un’invadenza politica, un’ingerenza. Certo, ci sono memorie di dolore: io ho vissuto 15 anni a Bruxelles, perché mio padre era un dirigente europeo, ma sono mai andato a Marcinelle prima di quest’anno. Lì ho visto un popolo ancora dolente: non sono cose che si dimenticano e lo vedi nei volti dei figli dei minatori. È una ferita non sanata, ma nonostante questo c’è ancora un forte sentimento per l’Italia”.

Il Premier Renzi, ricorda Giro, dice che c’è “grande voglia di Italia nel mondo” e il sottosegretario condivide: lo dimostra anche l’attenzione alla lingua italiana. “La nostra è la quarta lingua più studiata al mondo, e non dipende dalle nostre strutture, ma dal fatto che nelle università straniere ci sono dei dipartimenti di italianistica perché a qualcuno piace studiare l’italiano”. Inoltre, “è l’ottava lingua più usata su facebook e su twitter”.

Questa attenzione, ribadisce, “dipende anche dal successo della nostra emigrazione”.

Ecco perché serve “rivalutare la storia, non solo in senso nostalgico, ma come fonte di ispirazione e di politica, perché è fatta di esperienze ricche da cui vengono stimoli importanti, per la nostra società, per la nostra cultura e per la nostra politica”.

Gli italiani, dentro e fuori i confini, devono avviare “un dialogo tra pari”.

Dialogo che deve coinvolgere sia le associazioni che le imprese: “nei Paesi latino americani, dove per un po’ siamo spariti come Governo, la nostra presenza è stata portata avanti dalle comunità e dalle imprese. Queste ultime sono anch’esse un vettore di italianità molto importante che ha tenuto alta la bandiera anche quando lo Stato non c’era”.

Quanto alle associazioni sono “partner potenzialmente strategici per promuovere l’Italia. Ce ne sono quasi 5mila”, ricorda Giro e svolgono un ruolo “utile e importante” soprattutto ora “che è ripreso il flusso migratorio”.

Certo, i tempi sono cambiati. “I giovani partono, ed è normale che lo facciano; l’Erasmus sta creando una nuova generazione, è cambiato il mondo e il senso dello spostarsi”, ecco perché al sottosegretario non piace parlare di “fuga dei cervelli”.

“Quella di oggi non è una fuga, lo era una volta; chi arriva a Lampedusa fugge, rischiando la vita. Neanche i nostri nonni rischiavano tanto quando attraversavano l’Oceano”, commenta Giro. “Fuggono i cristiani d’oriente, sono fuggiti gli ebrei durante la II Guerra Mondiale. I giovani oggi non fuggono, si muovono e l’unico scandalo è che l’Italia non è attrattiva” per gli altri.

Per capovolgere questa situazione, secondo il sottosegretario, si dovrebbe puntare su alcune nicchie d’eccellenza che già ci sono, ma che – ancora una volta – quasi nessuno conosce e quindi nessuno valorizza. Come l’Aist di Trieste – che Giro ha visitato ieri – dove “negli ultimi 50 anni sono passati più di 120mila ricercatori dai paesi in via di sviluppo, tutti hanno imparato l’italiano, ma gli italiani non lo sanno”. Insomma “è provinciale lamentarsi della fuga dei cervelli. Pensiamo a come sfruttare queste nicchie per attrarre qualcuno qui”.

Parlare di fuga è sbagliato anche perché “prima si partiva senza sapere se si sarebbe mai tornati o no. Oggi non si parte definitivamente; sei lontano ma stai su skype tutto il giorno a parlare con i tuoi. Non si perde più il contatto, si è sempre un po’ a casa. Non è stato così per i nostri nonni”.

Se, dunque, è vero che “l’emigrazione è cambiata in se stessa” devono cambiare anche gli organismi che la rappresentano. “Credo che siano da rivitalizzare” dice Giro, ricordando le ormai prossime elezioni per il rinnovo dei Comites, dopo 10 anni dalle ultime. “Mi si dice “voterà poca gente”, rispondo meglio un Comites legittimato dal 5% di votanti che un Comites abbandonato a se stesso da 10 anni, che nel tempo ha perso anche i suoi consiglieri, perché sono morti”.

“Tutti sono contro i Comites, ma io li difendo perché penso che abbiamo bisogno di una rappresentanza degli italiani nel mondo”, sottolinea Giro. “Come hanno detto al Convegno del pd sul “gigante addormentato”, mantengono un compito fondamentale, ma ci sono vecchie abitudini e cambiare sembra sempre difficilissimo”.

Gli italiani “sono ovunque, nessun italiano all’estero si troverà solo, ne troverà altri; la nostra è stata un’emigrazione di successo e dobbiamo dirlo, è un modello anche per i grandi numeri che rappresenta. Siamo uno stato giovane e un popolo antico, talmente antico che se anche perde la lingua, qualcosa resta”. Lingua, ricorda, che avrà una vetrina importante agli Stati generali che Giro ha convocato a Firenze a fine mese.

“C’è un’italo-simpatia nel mondo: dobbiamo lavorarci e farla fruttare soprattutto ora che ne abbiamo bisogno”, ribadisce il sottosegretario, secondo cui occorre anche “rispettare e farsi aiutare dal mondo delle imprese, che sono simbolo di italianità”.

Compito dello Stato sarà quello di “mantenere la struttura che abbiamo, ed è difficile perché ci chiedono quotidianamente di taglia re qua e là”. Coi pochi soldi pubblici che restano bisogna trovare sistemi nuovi, partnership con i privati, per mantenere la struttura, anche se si regge su cifre modeste, perché in Italia quando chiudi non riapri più”.

Concludendo, Giro ha di nuovo invitato a lasciarsi il vittimismo alle spalle: “basta vittimismo! C’è sempre da lamentarsi. La storia ci ha spinto fuori dai nostri confini e questo ha creato un’opportunità. Dobbiamo mantenere tutti i legami possibili. È raro, anzi direi impossibile, trovare un italo discendente che ripudi l’Italia o non abbia più niente di italiano. Magari ce l’ha col Console di turno, ma non ripudia il Paese; ci può essere dolore, rammarico, ma mai ripudio, questa è la nostra forza, è un dono, io credo, che ancora non apprezziamo abbastanza”. (m.cipollone\aise)

 

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