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Federico Fellini è morto il 31 ottobre di venti anni fa, a 73 anni, stroncato da un ictus e con l’amarezza di non riuscire a trovare i soldi per fare il film della sua vita, quel “Viaggio di G. Mastrona” che si era dovuto accontentare di tradure in fumetto con i disegni di Manara ed i suoi testi, scritti già nel 1965 e con Paolo Villaggio a prestare il volto al protagonista che, nella sua mente in mezzo secolo di elucubrazioni,  avevato avuto le sembianze prima di Totò, poi di Mastroianni.

Dopo venti anni di inutili tentativi, nonostante gli Oscar, la Palma D’Oro ed i vari Leoni, tramite Vincenzo Mollica, conobbe Milo Manara e nel 1984  i due realizzarono una prima storia: Viaggio a Tulum, sceneggiato con Mollica e poi, nel ’92, la parte più legata a Mastrona-Fernet, inseguita inutilmente  come film per una vita.

Quel film mai realizzato, come il progetto per la Commedia dantesca con Pasolini e Kurosawa, anche questo accarezzato e mai messo in piedi, con una parte “infernale” nella ricostruzione ella sala macchine in “E la nave va”; doveva riguardare l’aldilà e rappresentarlo uguale identico alla vita in cui siamo dentro e di cui fino all’ultimo in genere capiamo ben poco; perché è fatto così questo fiume che si chiama vita, e dove per un po’ ci troviamo a nuotare.

Dicevamo del fumetto con Manara, poi diventato libro nel 2008, edito in forma narrata da Quodibet,  con una premessa ancora di Mollica da una piccola storia dei “Purgatori nel XX secolo” di Ermanno Cavazzoni.

A scorrere il calendario delle celebrazioni per il ventennale della morte Di Fellini salta agli occhi una verità inconfutabile: se non fosse per il cinema, il ricordo rischierebbe di affievolirsi. Ad aprile scorso, la prima celebrazione in grande stile è stata organizzata dal Bif&st di Bari con mostre, retrospettiva e premiazioni.

Poi, alla Mostra di Venezia, ha ricevuto applausi carichi di commozione (anche dal Presidente Napolitano) il film-documentario di Ettore Scola a lui dedicato: “Che strano chiamarsi Federico”, prodotto da Cinecittà, dove si mesdolano fiction e materiali di archivio, rper ripercorre l’avventura straordinaria della sua creatività, alla luce dei ricordi toccanti e divertenti dell’amico Scola.

Il docu-film è stato presentato a Toronto ma lì è rimasto parzialmente capito perché Fellini era sì universale, ma il suo talento era del tutto italiano.

Lo ricorderanno nel ventennale della scomparsa il Festival di Roma, il 9 novembre, attraverso “Federico degli spiriti-l’ultimo Fellini”, documentario del collaudatissimo Antonello Sarno che ricostruisce i giorni intercorsi tra la morte di Fellini e il funerale di Stato celebrato nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, con le testimonianze di Ettore Scola, Woody Allen, Paolo Villaggio, Giuseppe Tornatore, Pupi Avati, Sergio Rubini, Dante Ferretti, Carlo Verdone e Lina Wertmuller; l’EuropaCinema di Viareggio, dal 21 al 24 novombre, con una mostra ed un evento ed il 27 novembre il Torino Film Festival, presentando in anteprima mondiale il capolavoro “Otto e mezzo” restaurato dalla Cineteca Nazionale con Medusa.

Oggi, giorno dell’anniversario,  Raimovie presenta oggi una maratona di film e varie commemorazioni sono in programma a Rimini ed anche a Fiumicino e fregene, città che Fellini adorava ed in cui si rifugiava molto spesso.

E mentre Roma tace silenziosa, il ricordo è vivo e commosso in Francia dove esce appunto il film mai fatto, sotto forma di libro: “Il viaggio di G. Mastrona”, curato da Aldo Tassone,  con testo rivisto da Ermanno Cavazzoni, e la traduzione di Françoise Pieri, edito da Sonatine.

Ed intendiamo celebrarlo (con un po’ di ritardo), al Film Festival Opera Prima di Roseto degli Abruzzi, a luglio, con una rassegna di film curata dall’Istituto Cinematografico Lanterna Magica, comprendenti “Lo sceicco bianco”, “Prova d’orchestra” e  “La voce della luna”.

Ma ci ricorderemo anche di un altro “minore” del cinema: Roberto Cocco,  morto il 18 ottobre a 86 anni, dopo una vita passata dentro alla grande arte e dopo aver lavorato con Fellini, appunto, ma anche con Antonioni, Visconti Terence Young e  Sidney Pollak, con una carriera cominciata facendo il segretario di produzione nella mitica ed indimenticabile serie di ”Don Camillo”, per poi specializzarsi come organizzatore generale nel campo della produzione, occupandosi della realizzazione dei contratti o delle location, un lavoro oscuro e che vedono in pochi, come altri oscuri lavori che però illuminano il cinema di una luce particolare ed immortale.

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