sanremo3Più spettacolare della pioggia di meteoriti in pieno giorno sugli Urali, illuminati da esplosioni iridescenti stamani, da pietre incandescenti venute dal più remoto spazio. E  più travolgente di qualsiasi cosa,  mentre balla contro il femminicidio, con movenze che ne tradiscono l’imperizia, ma anche con la forza di chi sa di essere nel giusto.

Per alcuni minuti l’Ariston è stato tutto per lei, bambina capricciosa e terribile, che con parole che pesano come macigni parla della violenza sulle donne ed inanella, in un lungo, appassionante monologo, un discorso sull’amore, in tutte le sue forme e contro ogni forma di violenza, fisica e mentale, perchè non è mai amore quello che rompe le costole o uccide.

E’ grande, magnifica, sublime (come la commenta emozionato Fazio), una piccola-grande donna che rovescia l’idea che del rapporto fra Festival e donne ci era venuta, lo scorso anno, guardando la farfallina di Belen,  che usa l’ironia parlando di bellezza e corpo (e testa) e che è stata scelta per professionalità e competenza dimostrate sul campo, dopo anni di lavoro e di elaborazione di un proprio stile.

Fazio è bravo, bravo Pagano e bravi tutti, ma soprattutto lei, la “Lucianina”, in questa edizione del festival canoro più famoso dello Stivale, dove davvero si è fatto un passo avanti fatto e il rapporto uomo-donna è paritario. Una coppia complice sul palco, senza tentare proclami, che decreta la fine  la fine del vallettismo, del corpo esibito a tutti i costi.

S’intende, all’altezza è anche Fabio Fazio, al suo terzo festival, già molto capace nei due precedenti, ma qui perfetto anche quando, spericolatamente, ironizza sulla stessa aria, quella di Torino, dove sono cresciute Littizzetto e Carla Bruni e che ha dato poi effetti così diversi; o ancora o quando scherza sull’antico incantesimo che ha trasformato il (rospo) Littizzetto in una splendida (principessa) Refaeli.; con battute che non suonano più minacciose né ossessive; non mettono in discussione un rapporto che resta più equilibrato, non raccontano di donne-bambole valutate solo per i centimetri di pelle a vista.

Quindi, nella terza serata di un Festival bellissimo, come nelle piazze e nelle strade di 190 paesi nel mondo, è stato di scena il flash mob, con oltre 200 donne, guidate da Luciana, che hanno ballato per dire no alla violenza domestica e un sì vero ed aperto all’amore,  come comprensione e rispetto.

Prima del monologo la serata si è aperta con un inedito duetto canoro tra lei e Fabio Fazio e poiché  nelle prime due serate si erano definiti una “coppia di fatto” facendo riferimento al loro lungo “matrimonio” professionale, nella festa degli innamorati hanno interpretato con ironia, mano nella mano e con tanto di bacio finale, alcune strofe di “Vattene amore”, divertendoci ed commovendoci insieme.

E gli ascolti premiano questo Festival rinnovato e diverso: 14 milioni di spettatori nella prima serata, 11 nella seconda e 12 ieri, con 42.21% di share.

Nonostante circostanze sfortunate: la par condicio, l’incombere delle elezioni, le scomuniche preventive, le dimissioni del Papa, la spending review, la morte improvvisa, mercoledì,del figlio di Franco Gatti, il ‘baffo’ dei Ricchi e Poveri che proprio quella sera dovevano essere all’Ariston per ricevere il premio alla carriera come accaduto martedì per Toto Cutugno, abbiano remato contro, non sono riuscite ad intaccare lo scintillio di un Festival vitale, intelligente, frizzante e leggero; ma soprattutto  senza banalità.

Ospite principale della terza serata  l’ex calciatore Roberto Baggio che, con  una lettera dedicata ai giovani, dove ha spiegato come si diventa campioni anche nella vita.

Molto atteso anche Anthony Hegarty,  del gruppo newyorchese Anthony & the Johnsons, che con la sua bellissima voce ha letteralmente stregato il pubblico, interpretando You are my sister”, dedicata alla sorella.

E mentre cantava pensavo A Gianni Poglio, che di lui ha scritto che è un angelo imprigionato in un corpo da gigante, né uomo né donna, ma essere in cui l’identità transgender  trova diretta espressione artistica e riscatta la vita di 10 milioni di consimili individui, dispersi nel mondo, con storie dolenti di labili identità.  Grazie a lui, soprattutto, è stato girato, tempo fa, uno dei videoclip più cruenti della storia della musica, quello di Cut the world (è anche il titolo del suo ultimo album) che mostra un businessman (Willem Dafoe) sgozzato freddamente dalla sua segretaria tra le mura dell’ufficio, non un omaggio alla pulp mania, ma una metafora della fine del sistema patriarcale.

Ascolto e guardo Hegarty, il suo illuminarsi e trasfigurarsi dal passato dark queen e comprendo che ogni incontro amoroso è una rivolta che la nostra cultura abituata ad avere tutto sotto controllo, fatica ad affrontare, mentre, se davvero si desidera un incontro,  bisogna accollarsi il rischio della differenza, accettare il conflitto che fa parte della vita e dell’amore, come dice lo psicanalista Paolo Franchini nel libro Amore non è amare. Bisogna riconoscere le contraddizioni e cercare di superarle senza aver paura delle diversità ed essere disposti, nel proprio fisico, nei propri sensi e mettersi davvero e totalmente in discussione.

Poi, torno al Festival, con la chiusura, affidata al mostro sacro Albano, accompagnato da Laura Chiatti e con una versione di “Felicità” con Fazio e la Littizzetto come vocalist, per concludere una partita iniziata male (la sua eliminazione dalla competizione), con un meritato premio alla carriera.

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