NEW YORK\ aise\ – “”I owe my soul to the company store”, recita una vecchia canzone popolare americana. Gli italiani che vivevano nella zona di Fairmont e Monongah, West Virginia – oggi il 60% della popolazione locale ha origini italiane – conoscevano bene questa verità. Arrivati a fine Ottocento da tutto il Sud e in particolare dalla Calabria – tantissimi dal comune di San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza – venivano reclutati dai proprietari delle miniere di carbone e alloggiati in case di loro proprietà, le company homes”. A ricordare la loro storia – a pochi giorni dall’anniversario del 6 dicembre – è “La voce di new York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.

“Non erano pagati in dollari, ma in scripts, i buoni della compagnia, spendibili nell’unico negozio del paese. Qui, appena arrivati, erano costretti da contratto ad acquistare l’attrezzatura da lavoro, dagli stivali ai picconi: per queste ragioni gli immigrati si ritrovavano in debito con i loro datori di lavoro fin dal primo giorno. A Fairmont, grazie all’aiuto di Dora Grubb, direttrice della Marion County Historical Society, abbiamo incontrato i discendenti dei minatori italiani e abbiamo raccolto le loro testimonianze.

Tutte le famiglie di Fairmont sono cresciute nel ricordo di quanto accaduto nel terribile mattino del 6 dicembre 1907 quando le miniere di carbone n. 8 e n. 6 di Monongah esplosero provocando più di 300 vittime tra i minatori. Erano immigrati dalla Polonia, dall’Ungheria, dall’Austria, dall’Italia (171 furono i morti italiani). L’esplosione fu così potente che le ventole di aerazione delle gallerie, del peso di dieci tonnellate, furono scagliate a mezzo miglio di distanza. Quello di Monongah è ancora oggi considerato il più grave disastro minerario nella storia degli Stati Uniti.

Judy Prozzillo Byers, storica e direttrice del West Virginia Folklife Center, ci spiega che il numero totale delle vittime ad oggi non è certo. I minatori, pagati a cottimo, erano soliti farsi accompagnare da figli o fratelli per aumentare la quantità di carbone estratto quotidianamente. Per questa ragione il conto delle vittime negli anni è oscillato fino ad arrivare in alcuni casi a mille persone; le ricerche più recenti pubblicate da Joseph Tropea sembrano attestare il numero intorno a 360.

Nel 2007, in occasione del centesimo anniversario della tragedia, il governo italiano ha collocato un monumento nel cimitero di Monongah a memoria dei minatori caduti. Molte sepolture non sono oggi identificabili poiché all’epoca della tragedia la maggior parte delle famiglie non era in grado di comprare la lapide: furono perciò poste delle semplici croci di legno, che negli anni si deteriorarono fino a scomparire.

A Fairmont incontriamo anche il giudice Michael Aloi. I suoi bisnonni vennero qui dalla Sicilia e dalla Calabria per lavorare nelle miniere di carbone che dalla fine dell’Ottocento attirarono migliaia di immigrati. Michael è un giudice eletto, e ci mostra orgoglioso il tribunale della contea in cui lavora prima di guidarci nelle “country roads” del West Virginia con l’obiettivo di portarci a gustare i veri “pepperoni roll”, il piatto ufficiale dello stato che è un’eredità diretta degli italiani che abitavano in queste zone. Questo gustosissimo panino ripieno di sottili stecche di salame era infatti il cibo che ogni minatore italiano si portava al lavoro.

Nell’ufficio di Michael Aloi ci sono molte foto di famiglia, che coprono un arco temporale di almeno quattro generazioni: “Mio nonno lasciò le scuole elementari per andare in miniera. Allo stesso modo, mio padre lasciò il college per trovarsi un lavoro. Io sono stato il primo della mia famiglia a laurearsi e a ricoprire questa carica. Sembra incredibile che in due generazioni accada una cosa simile, ma questa è l’America””. (aise)

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